San Michele Arcangelo. Chi è come Dio?

Chi è come Dio? Domanda non banale, complessa, forse assurda che, se ci si ferma a riflettere, assume contorni misteriosi. Velatamente minacciosa, quasi come una sfida se, più che nella sua veste di interrogazione, essa è soprattutto da intendersi come significato di un nome. In ebraico “Chi è come Dio?” si scrive “Mi ka – ‘El”. E “Mi ka-‘El” nei sacri testi altri non è che Michele, uno dei tre Arcangeli. Onestamente mi è stato sempre un po’ difficile pensare ad un arcangelo come ad un santo. Il titolo di santo è solitamente attribuito a persone fatte di carne e ossa che, come noi, anzi nel loro caso meglio di noi, hanno calpestato la terra e respirato l’aria di questo pianeta. Nate e poi morte. Di alcune di queste, forse, non c’è certezza che quanto tramandato sia realmente accaduto, ma si tratta pur sempre di uomini e di donne. Dare del santo ad un arcangelo forse non è propriamente necessario.

Michele non è propriamente un angelo stile pubblicazioni pubblicitarie o in posa plastica da angelo custode. Già lo stesso nome è preludio della sua importanza all’interno delle schiere celesti. Oggi abbiamo ormai perso il corretto uso e significato delle parole. Parliamo male e usiamo male le parole. Ma nell’antichità la parola e il suo significato intrinseco avevano un’importanza ben diversa.

“Chi è come Dio?”. Forse, lasciandosi trasportare dall’immaginazione, è la frase che pronunciò Michele nell’ultimo attimo della cacciata di Lucifero, mentre lo faceva precipitare negli Inferi. Non come frase di scherno, non volendosi abbassare allo stesso livello del caduto, ma come sua condanna.

Nell’Antico Testamento appare per tre volte, in particolare nel libro di Daniele (Dn 10,13.21; 12,1), dove è indicato come il difensore del popolo ebraico e il capo supremo dell’esercito celeste che sta dalla parte dei deboli e dei perseguitati: “Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro” (Dn 12,1).

Nel Nuovo Testamento nel libro dell’Apocalisse, Michele è presentato come avversario del demonio, vincitore dell’ultima battaglia contro satana e i suoi sostenitori: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo. Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo diavolo e satana e che seduce tutta la terra fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi (…)”.

Non so se chi leggerà questa nota è un credente o meno, però consentitemi di rimarcare alcuni passaggi: “Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo” e poi ancora, “Michele e i suoi angeli”. Onestamente se uno si ferma a riflettere, fa quasi impressione la grandezza del ruolo attribuito a Michele, così come viene presentato dalle scritture. Un angelo potentissimo che sconfigge Satana. Non proprio un angelo “giocherellone”. Secondo alcune storie della tradizione mussulmana, viene descritto come un angelo che non ride mai.

Nel Santuario sul Gargano, il più importante a lui dedicato in Italia, c’è una storia che si racconta e che da quasi l’idea del suo carattere non facile; sempre che per un angelo si possa parlare di “carattere”. Il tutto inizia nel 490 quando casualmente viene smarrito un toro e viene ritrovato in una grotta inaccessibile. Il signorotto del luogo, padrone dell’animale, non riuscendo a farlo uscire si decise ad ucciderlo con una freccia. Purtroppo per lui, la freccia gli tornò indietro colpendolo in un occhio. Saputo del fatto il Vescovo San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia), indisse tre giorni di preghiere e di penitenza. Al termine si presentò dinanzi alla grotta dove apparve Michele che rivelò al Vescovo: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta, io stesso ne sono vigile custode. Là dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi dedica la grotta al culto cristiano”. Solo che il Vescovo ci mise un po’ a fare quello che Michele gli chiedeva, dovette intervenire il Papa ordinando che entrasse nella grotta. Quando Maiorano si presentò con altri due Vescovi dinanzi all’ingresso della Grotta per benedirla e consacrarla al culto, l’arcangelo annunziò che aveva fatto da solo, che la cerimonia non era più necessaria perché la consacrazione era già avvenuta con la sua presenza. Ha fatto da solo. In buona sostanza è un luogo di culto non consacrato e mai consacrato da mano umana.

L’immagine di Michele Arcangelo sia per il culto che per l’iconografia, dipende in particolar modo dai passi dell’Apocalisse, dove viene presentato a comando delle schiere celesti nella battaglia contro Satana. Per cui la sua rappresentazione, specialmente se in un contesto medioevale occidentale, lo vede tipicamente alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio, spesso nelle sembianze di un drago. L’iconografia bizantina predilige l’immagine dell’arcangelo in abiti da dignitario di corte. Ma c’è anche una terza rappresentazione, molto suggestiva che rimanda alle cose ultime, ai novissimi, ancorché non vi sia traccia nelle sacre scritture di questo ruolo da parte dell’Arcangelo.

Nel Salento ci sono due bellissime apocalissi affrescate. Una a S. Maria del Casale a Brindisi, la seconda a Soleto all’interno della piccola chiesa di Santo Stefano. In questi affreschi Michele viene rappresentato con in mano una bilancia con cui pesa le anime, la “psicostasia”.

Michele in questo ruolo lo si incontra anche ad Otranto nel bellissimo mosaico della Cattedrale.

Le origini di questa rappresentazione si perdono nel lontano passato, con radici e rimandi ad antiche religioni pagane. L’Arcangelo viene riconosciuto anche come guida delle anime al cielo. Questa sua funzione è evidenziata nella liturgia romana, in particolare nella preghiera per l’offertorio della messa dei defunti: “Signore Gesù Cristo, libera le anime dei fedeli defunti dalle pene dell’inferno; San Michele, che porta i tuoi santi segni, le conduca alla luce santa che promettesti ad Abramo e alla sua discendenza.”

La sua festa liturgica principale in Occidente è iscritta nel Martirologio Romano al 29 settembre, data nella quale si pensa che venne a lui dedicata a lui una Basilica a Roma prima della sua apparizione sul Gargano. Nella riforma del calendario liturgico del 1970, è accomunato agli altri due arcangeli, Gabriele e Raffaele nello stesso giorno. In questi giorni è festa anche in alcune località del Salento. Tra queste Noha, una frazione di Galatina, nella quale si tramanda la storia di un miracolo avvenuto il 20 marzo del 1740, allorquando San Michele Arcangelo fece deviare il corso di una tempesta che non prometteva nulla di buono, se non distruzione e lutti, levandosi mistreriosamente da solo il velo che lo copriva proprio nel momento in cui la tempesta stava per colpire il piccolo centro.

di Massimo Negro

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