Azzate San Giuvanni e ‘nnu durmire!

Da piccolo prima che mi trasferissi nella casa che i miei genitori stavano costruendo, abitavo a quattro passi da mia nonna materna. Io intra nu purtone, mia nonna con mia zia e la mia bisnonna intra n’addhru purtone nelle immediate vicinanze. Purtone era un modo di dire un po’ semplicistico. Infatti, in entrambi i casi, il purtone altro non era che un ampio arco, la cui copertura era data dal pavimento della casa sovrastante, attraversando il quale si accedeva ad una corte al cui interno abitavano, in case distinte, diverse famiglie.
La maggior parte del tempo lo passavo da mia nonna anche perché lu purtone dove abitava era un complicato dedalo di cunicoli, corridoi, scale e case una sovrapposta all’altra, che rendevano piacevole il passare del pomeriggio e l’arrivo della sera.
Nei giorni di pioggia, quando il cielo scompariva dietro nuvole nere cariche te acqua, il fragore te li troni riempieva le orecchie e la luce improvvisa dei lampi me facia ‘zzumpare, me ne stavo rintanato in casa dietro le porte con gli scuri chiusi. Mai sia lu lampu trasia intra ‘ccasa. Allora mia nonna, aprendo lu tirettu te lu cumò, prendeva del pane benedetto, solitamente ormai ‘ntustatu, ricevuto in chiesa la sera del Giovedì Santo o per la festa di S.Antonio, schiudeva la porta d’ingresso e facendosi il segno della croce recitava la seguente preghiera (1):

Azzate San Giuvanni e nu durmire
ca sta bisciu tre nuvole passare
una te acqua
una te ientu
una te tristu e maletiempu.

Nel pronunciare quelle parole, lanciava dei piccoli pezzetti di pane ai quattro venti.
Era un’invocazione semplice, figlia della nostra tradizione contadina, a cui si ricorreva per chiedere l’intercessione del santo, onde evitare che il maltempo fosse causa di danni o forse anche di lutti.
Anche se oggi ormai pare essersene dimenticato, l’uomo sin dalla sua comparsa ha sempre avuto un rapporto di rispetto e di timore verso la Natura e la forza dei suoi elementi.
L’avvento del cristianesimo non ha mutato queste profonde istanze dell’animo umano. E’ cambiata la modalità, il mezzo di comunicazione tra la terra e il cielo per chiedere venia e protezione. Le figure della Vergine e quelle dei Santi sono così diventate il mezzo per chiedere l’intercessione per scampare da una situazione di pericolo. I nostri predecessori, abituati a vivere in campagna, tra gli uliveti e i filari di vite, a pestare il rosso della terra con scarpe consunte, a ripararsi in costruzioni non sempre solide, dinanzi alle intemperie conoscevano e temevano la violenza dei temporali e la scaltrezza dei fulmini.
La mia bisnonna raccontava di quando un suo parente con due suoi amici, colti di sorpresa da un forte temporale mentre erano in campagna, si erano rifugiati intra nu furnieddhru, Fu tutto inutile. Un fulmine li colpì tutti e tre facendoli morire.
Ai nostri tempi ognuno di noi chiuso al sicuro (o credendo di essere al sicuro) all’interno delle nostre case in cemento armato e mattoni, si è dimenticato di quel tempo neanche tanto lontano. Il rispetto verso la natura e il timore verso i suoi naturali pericoli è ormai venuto meno.

Ma c’è stato un tempo in cui, non i singoli, bensì intere comunità si sono radunate in preghiera per chiedere la protezione da fortunali di tremenda violenza. E di questi eventi ancora oggi in alcuni paesi si mantiene viva memoria tanto da essere ricordati con vere e proprie feste di paese, con strade addobbate da luminarie e con processioni della Vergine o del Santo protettore, attorno ai quali al tempo la comunità si era stretta in preghiera.
Ricorrenze che avvengono non nel giorno della festa canonica, ma nel giorno in cui avvenne quello che, da allora, la comunità ha gridato a gran voce come miracolo.

In questo racconto voglio partire da Cocumola, un piccolo centro del leccese, frazione di Minervino. In questo centro il 10 settembre di ogni anno si festeggia la Madonna dell’Uragano.
Giunto a Cocumola nelle prime ore del pomeriggio ho avuto la fortuna di incontrare il parroco proprio all’ingresso della piccola Chiesa dove è posta la statua della Vergine. Dopo avermi spiegato per sommi capi quanto si racconta sull’evento, mi ha condotto all’interno e mi ha mostrato una copia di una lettera che ha ricevuto qualche anno fa da un suo concittadino. In questa lettera si racconta quello che la tradizione vuole sia accaduto durante la giornata del 10 settembre del 1832.
Di questi fogli il parroco ha un fatto realizzare un ingrandimento e li ha affissi all’interno della chiesa affinché ne rimanesse traccia a beneficio di tutta la comunità.


Di seguito, ho provato a trascriverne il contenuto, cercando di riportare fedelmente parole e punteggiatura. Alcuni passaggi non sono sempre grammaticalmente corretti ma questo da ancor più evidenza della genuinità di questa antica tradizione e di come questa viene tramandata, tra la gente del posto, di padre in figlio, proprio come recita il titolo dello scritto.

Storia della Madonna dell’Uragano tramandata da padre in figlio.
Era il 10 di settembre del 1832 la giornata a prima mattina era limpida come se fosse primavera, i giovani contadini se ne erano andati in campagna, per i lavori di stagione, quando verso le nove in direzione sud’ovest e precisamente in direzione di Tricase si incominciono a vedere grassi nuvoli a prima vista si pensava che fossero nuvole passegere, ma fu tutto all’inverso, man mano che passava il tempo le nuvole si concentravano una su laltra, il vento incominciava ad’essere forte, incominciava a lampegiare a tuonare, il cielo si oscurava minuto per minuto, il lampegiare e il fragore dei tuoni incominciava a mettere paura tra la gente, i contadini che erano in campagna cercavano di ritirarsi a casa, le donne non sapevano cosa fare, le madri cercavano i propri figli e guardavano in direzione da dove potesse arrivare il marito o i figli maggiori perché il tempo peggiorava sempre, il vento era forte e gagliardo il lampeggiare e il rumore dei tuoni stordiva la gente che incominciava a gridare è uragano ed effettivamente era uragano, partiva da verso Tricase, era così forte che da dove passava portava distruzione, la maggior parte della gente di Cocumola si recò in chiesa per pregare la Madonna, perché erano sicuri che uomini mortali nulla potevano fare contro la furia dell’uragano, e l’uragano arrivò proprio su Cocumola, sradigò un grosso albero di mandorlo che era a fianco alla chiesa e lo disperse, la tradizione dice che in Chiesa cera un pittore per dipingere il quadro dell’anime sante, e i nostri padri ci dicevano che aveva vista la Madonna a braccie aperte vicino al finestrone frontale della chiesa che deviava l’uragano, come pare tre contadini di Cocumola che si trovavano in un fondo tra Cocumola e Cerfignano si erano riparati in un pagliaglio rurale il pagliaglio fu distrutto e quelli tre giovani rimasero illesi, l’uragano era già passato, la Madonna aveva salvato Cocumola e tutti i suoi figli, passata la paura ogni uomo cerco di ritirarsi a casa, ma una mamma arrivata a casa non trovò il suo figlio Vito antonio che era andato in campagna con le sue pecorelle che al passaggio dell’uragano le aveva disperse tutte, il ragazzo al momento della furia si era riparato dietro un grosso sasso, finita la tempesta il ragazzo se ne tornava a casa pieno di paura, pieno di fango e tutto bagnato, la incontra sua madre ma non lo conobbe, la mamma lo domandò ai visto il mio Vitantonio, il ragazzo rispose, mamma non mi conosci sono tuo figlio mi a salvato la Madonna.
Cocumola 4-9-995

Lasciando Cocumola mi sono avviato verso Diso, quasi a voler seguire a ritrovo il percorso che ebbe l’uragano in quel fatidico 10 settembre. Infatti anche questo piccolo centro si festeggia la Madonna dell’Uragano.
Diso fu duramente colpito: ulivi sradicati, mura abbattute, case scoperchiate e la chiesa di San Sisinnio così gravemente danneggiata da dover essere ricostruita nel 1860 – 1880.

La comunità si strinse allora in preghiera invocando l’aiuto della Vergine Immacolata e l’aiuto giunse attenuando la forza dell’uragano e limitando i danni alle persone. Nonostante la furia della tempesta e i gravi danni all’abitato, tra le rovine si trovarono solo due morti. Molti furono coloro che vennero estratti sani e salvi da sotto le macerie o che scamparono del tutto al pericolo non rimanendo feriti.
Raccontano le cronache che l’uragano proseguì nella sua furia devastatrice dirigendosi verso Otranto dove causò 24 morti.
Ogni anno il 10 settembre la comunità si ritrova raccolta attorno alla bellissima statua lignea della Vergine Immacolata, copatrona di Diso sotto il titolo di Madonna dell’Uragano; portata processionalmente per le strade del paese insieme ai busti dei Santi patroni Filippo e Giacomo.
La persona che mi ha accompagnato all’interno della Chiesa facendomi notare i particolari di questa bellissima ed espressiva statua settecentesca, mi diceva che a causa del suo peso, trattandosi di legno massiccio, ogni anno diventa sempre più difficile trovare chi sia disposto a caricarsela in spalla. Ahimé, ormai in alcuni centri e per alcune processioni “minori” diventa difficile trovare otto robuste spalle anche per le semplici statue in cartapesta.

Salutiamo la Madonna dell’Uragano e indirizziamoci verso San Donato di Lecce dove si rende grazie a San Donato per il miracolo che il santo concesse nel 1909.
Il 28 agosto di quell’anno,verso le 13.30 un minaccioso ciclone fu avvistato e visto dirigersi verso il centro abitato posto quasi alle porte di Lecce.
Gli abitanti si fecero coraggio e anziché fuggire cercando scampo in ogni dove, si ritrovarono in chiesa e, presa la statua del Santo la portarono in processione dirigendosi verso la tempesta.
Le cronache di allora raccontano che il ciclone mutò la sua direzione e anziché abbattersi sulle case si diresse verso la campagna sfogando sugli alberi e sui muretti a secco la sua furia devastatrice. San Donato fece il miracolo, quello che la tradizione suole definire lu miracolu dellu zunfione (ciclone). Ogni anno si ricorda lo scampato pericolo e alle 13.30 al rintocco delle campane, la comunità  si ritrova in chiesa per partecipare al “Te Deum” di ringraziamento, mentre nel tardi pomeriggio la statua del santo viene portata in processione per le strade del paese.

Da San Donato a Zollino per celebrare anche in questo caso lo scampato pericolo da un ciclone che si stava per abbattere sul centro salentino il 23 agosto del 1898. Quel giorno la storia tramandata sino a noi lo descrive caldissimo e come spesso accade nelle giornate calde e umide di fine agosto il tempo muta le sue condizioni in modo inaspettato. In questo caso non si trattava di semplice ed irruento temporale estivo. Il cielo divenne in breve tempo nero come la pece, forti raffiche di vento spazzavano le vie del centro abito e male auguranti vortici di vento facevano presagire il peggio. Il ciclone stava per abbattersi su Zollino.
Fu allora che la gente impaurita corse a rifugiarsi in chiesa, a pregare e ad invocare la protezione di Sant’Antonio da Padova.
La statua del santo, ricavata da un albero di pero cresciuto in una campagna di proprietà della parrocchia, venne parata con le vesti più belle e portata in processione per le strade del paese. Fu allora che il ciclone mutò il suo percorso e si allontanò da Zollino.

Il 23 agosto di ogni anno Zollino e la sua comunità ricordano gli eventi di quel giorno e a testimonianza di questo forte legame con il Santo, il Sindaco al termine della processione affida la comunità alle cure del Santo consegnandogli le chiavi della Città.
Sin qui si è parlato di tempeste ma, non mancano esempi in cui si è ricorso alle preghiere per fronteggiare altre calamità naturali.

Ad Alessano, San Trifone scalzò S.Oronzo come patrone della comunità locale facendo allontanare una nube non carica d’acqua,bensì una nube di cavallette. Infatti tale sembrava da lontano per quanto erano numerose. Il raccolto fu così parzialmente salvo.

Ad Alezio a fine agosto, dopo pochi giorni dalla festa della Madonna della Lizza, la comunità ricorda il 27 agosto del 1886 in cui il paese e la sua popolazione rimasero praticamente illesi da un tremendo terremoto che colpì il Salento. Da allora per ricordare lo scampato pericolo, ogni 27 agosto viene celebrata la cosidetta Lizziceddha.

A rileggere questa nota prima di pubblicarla, mi fa quasi una certa impressione pensare a questa sorta di stretta simbiosi che c’era nel passato tra popolazione, clero e santi. Quasi un tutt’uno in cui anche se la popolazione, la gente comune rappresentava molto probabilmente l’anello debole di questo improbabile cerchio, gli elementi di suggestione reciproca erano sicuramente tanti. Reciproca, certo. Perché ho come l’impressione che anche gli stessi santi subivano, mi perdoneranno,un certo fascino da certe forme di devozione e di completo affidamento da parte della gente comune, da parte della gente ignorante. E noi salentini dovremmo saperne qualcosa se, come è vero, un santo della nostra terra si definiva nella sua grande fede, l’asinello di Dio.

di Massimo Negro

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(1) Per una raccolta delle invocazioni a San Giovanni, e ad altri santi, in Provincia di Lecce
https://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/azzate-san-giuvanni-in-provincia-di-lecce/

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