Gallipoli. La festa di Santa Cristina.

“Me raccumandu cu ‘nnu ‘bbai a mare osci!”. Questa era la prima esortazione da parte di mia nonna e di mia zia. Ma quando mi vedevano con l’asciugamano sulla spalla e costume da bagno, in particolare mia zia che era l’ultima che incrociavo uscendo da casa, seduta in veranda, mi diceva “Cu ‘nnu te permetti cu te cali a mare osci!”. A fronte di una risposta che da parte mia era per la maggior parte uno stanco “Sine, sine!”, quando ero già avviato verso mare mi giungeva l’eco di un “Me raccumandu cu te stai attentu!” da parte di mia nonna.
Succedeva spesso. Ma non con quella continua insistenza che iniziava sin dal primissimo mattino durante la colazione sino a quando non sfuggivo ai loro preoccupati occhi e che accadeva una volta l’anno, il 24 luglio.

Il giorno della festa di Santa Cristina.

Eh si! Fare il bagno il giorno della festa di Santa Cristina, santa patrona di Gallipoli, è considerato da un’antica tradizione della bella città dello Jonio, alquanto pericoloso. Si rischia di morire affogati!

Da bambino non penso di averlo mai fatto! Mi sa che non mi era permesso neanche andare in spiaggia. Fosse bello o brutto. Anzi ho quasi un vago ricordo, non so se indotto dalla suggestione, che il mare quel giorno fosse per la maggior parte sempre agitato. Bandiera rossa a guardare l’asta sulla rotonda dell’Aeronautica di Lido Conchiglie.

Non è che, la Santa mi scuserà per il termine improprio, non è appunto che la Santa in questione porti sfiga. Ma in passato, e non solo a Gallipoli, nei giorni di festa non rendere adeguato omaggio al Santo o alla Santa  che si festeggiava era al limite della blasfemia. Lavorare significava non aver riguardo al festeggiato, lasciarsi andare ad attività che non contemplavano o distraevano dalla devozione del Santo era considerato un vero e proprio peccato.

La mia bisnonna mi raccontava di un tipo, non ricordo in che paese fosse accaduta la storia che vi sto per raccontare, che ogni giorno andava a passare le sue giornate a bere e a giocare a carte in una “puteca”. Il giorno di non ricordo quale Santo, la moglie esortò il marito a partecipare alla processione, ma il tipo che forse qualche bicchierino a casa se lo era già fatto, mandò a quel paese la moglie e si avviò al solito ritrovo.
Al passaggio della processione, qualche amico gli fece notare che la moglie stava dietro la statua del Santo, allora l’incauto marito, quando ormai molto probabilmente il conto dei bicchieri si era ormai perso, fece un incauto gesto con il braccio destro quasi a voler mandarla a quel paese ma, ahimè per lui, unì a tale “invito” anche il nome del Santo. Nello stesso istante il braccio gli rimase paralizzato. Non ci fu nulla da fare, tale gli rimase per il resto della vita.

A Gallipoli, come ci racconta la sig.ra Cristina Pagliarini sul sito della Proloco di Gallipoli, accadde che nel 1807 il giorno della festa della Santa, il figlio undicenne di Carlo Ricci e Lucia Indelli morì annegato. Da allora nacque la tradizione che il giorno della festa non si dovesse trasgredire in alcun modo. Vietato andare in spiaggia, vietato fare il bagno.

Quest’anno non è morto nessuno. Giornata splendida e se non ricordo male ho anche fatto il bagno. Comunque, come tutti gli eventi e le storie che accadono e si ripetono quando siamo bambini, il pensiero rimane sempre.

Quest’anno sono voluto andare a vedere la processione all’uscita dalla splendida Chiesa della Purità nel centro storico di Gallipoli. Non ci ero mai stato, se non la sera a passeggiare per il corso, e poi Gallipoli ha per me un fascino tutto particolare e non volevo perdere questa occasione per rivedere lo splendido borgo antico nel giorno della festa.


La splendida statua della Santa martire, patrona di Gallipoli dal 1867 quando la liberò dal colera, era stata posizionata, per il saluto dei fedeli, nel locale attiguo alla Chiesa. Sotto un telo a riparla dal forte sole di luglio.
La chiesa dedicata alla Santa è un’altra. Più che una chiesa è una cappella e sorge nel seno del Canneto.  Piccola, semplice ma molto suggestiva. Proprio lì dove ci sono le barche dei pescatori, quasi a testimoniare questo forte legame con i gallipolini, con il mare e con la loro antica quotidiana fatica di pescatori.
La processione si snoda inizialmente per le strette stradine del centro storico, per fermarsi per qualche minuto di preghiera all’interno della Chiesa del Monastero di Clausura di Santa Teresa. La statua della Santa viene posta dinanzi la grata dietro la quale si trovano le suore in preghiera. Questi pochi minuti di preghiera sono di una bellezza, di un’intensità, di una suggestione che lascia il segno.

La processione prosegue passando innanzi alla bellissima facciata barocca della Cattedrale di Sant’Agata per avviarsi verso il ponte seicentesco che unisce il borgo antico con la città nuova. La statua viene poi portata nel porto per essere posta su di una barca. La congrega che accompagna la processione, prende posto su di un’altra barca.
Inizia così la processione a mare, con la statua della Santa che viene portata via mare intorno al centro storico. Rientrati in porto la processione continua sino a sera inoltrata per le strade della città. Purtroppo per ragioni di tempo non mi sono potuto fermare sino al rientro dalla processione a mare, ma devo dire con molta onesta che la bellezza di questa processione mi farà tornare sicuramente anche il prossimo anno.

di Massimo Negro

il link al video con le foto della processione
http://www.youtube.com/watch?v=wNv9bOtTcp8

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