Ortelle. Madonna della Grotta. Sindone o Velo Quaresimale?

Nella precedente nota sulla chiesa-cripta dedicata alla Madonna della Grotta, avrete notato come la stessa si conclude quasi bruscamente quando arrivo al punto di descrivere l’affresco denominato “Della Trinità”. C’è un motivo.

Mentre ordinavo le foto e osservavo con attenzione quelle dell’affresco in questione, ho notato qualcosa che a prima vista mi era sfuggita.
Avevo affianco il libro del De Giorgi; una veloce rilettura ma niente su quanto stessi cercando. Come ho scritto nella precedente, il De Giorgi, siamo nel 1888, evidenzia solo il cattivo stato di conservazione del luogo, ritenendo la cripta di poco interesse storico ed artistico.
Avevo accanto a me un secondo libro, che è una tra le principali fonti di ispirazione del mio girovagare, il Fonseca – Bruno – Ingrosso – Marotta, un libro del 1979. Vado alla pagina dedicata ad Ortelle e, con riferimento all’affresco, leggo quanto segue:
Questa singolare scena ha una concezione stilistica e iconografica unica negli insediamenti rupestri del Basso Salento; è realizzata con una fattura databile intorno al XIII secolo ed è ipotizzabile un suo legame con una delle tante “Sindoni” che in quegli anni erano diffuse un po’ ovunque in Europa.

Una Sindone?

Nei giorni successivi ho iniziato una mia personale ricerca. Onestamente un po’ “casareccia” ma purtroppo il tempo che ho da dedicare a questi approfondimenti è sempre molto limitato.
Dopo aver recuperato della documentazione su una mostra svoltasi a Torino sulle rappresentazioni della Sindone in Piemonte (anche se di epoca più tarda), l’affresco di Ortelle si discosta, rispetto alle rappresentazioni classiche del sacro velo, su un elemento importante, cioè quello di non raffigurare il corpo del Cristo o il suo mezzo busto. Nell’affresco di Ortelle, sul velo retto da figure di cui dirò dopo, sono presenti tre ovali, la Flagellazione, la Crocifissione, la Resurrezione.

Prima di giungere ad un conclusione, occorre considerare un altro aspetto anche non secondario: il periodo storico in cui venne realizzato. Dell’esistenza della Sindone se ne parlava e se ne discuteva da tempo; in particolare durante il periodo delle crociate durante il quale si aprì la caccia al ritrovamento di reliquie vere o finte che fossero.  L’antica Terra d’Otranto fu terra di approdi e di partenze verso i luoghi Santi. Resta il fatto che la prima notizia documentata sulla Sindone ci racconta del suo improvviso apparire in Francia nel 1353, dopo secolo di notizie frammentate e spesso non provate. Sin dall’inizio le voci sulla riconducibilità di quel telo al sudario del Cristo si moltiplicarono, sia a favore che contro.

Se l’affresco di Ortelle è databile nei primi del ‘400 (periodo desumibile dopo il recente restauro) l’autore potrebbe, nelle sue intenzioni o quelle del committente, aver rappresentato il velo del sudario del Cristo senza necessariamente farlo coincidere con il velo ritrovato in Francia, di cui poteva anche averne sentito parlare, ma senza necessariamente conoscerne le caratteristiche o, essere nell’imbarazzo, rispetto alla sua veridicità (i Vangeli canonici e apocrifi pur parlando del sudario non raccontano dell’immagine del Cristo “impressa” su di esso). Per cui l’affresco potrebbe risultare una sorta di elaborato teologico locale, commissionato o realizzato da soggetti di grande cultura sui testi sacri, in cui il sudario del Cristo racchiude alcune elementi salienti della sua Passione.

Ma al di là di questa parentesi di riflessioni del tutto personali ed opinabili, avendo memoria del recente restauro della chiesa-cripta ho provato a recuperare qualche riferimento che mi portasse ad individuare una qualunque pubblicazione più recente di quelle in mio possesso; soprattutto qualcosa che descrivesse i risultati del restauro.
Non mi chiedete come, ma sono riuscito quasi casualmente a recuperare il numero di cellulare di chi ha curato la pubblicazione del libro sugli esiti del restauro, Sergio Ortese. Nella telefonata mi ha confermato l’esistenza del libro e le librerie di Lecce dove poterlo acquistare. Il giorno stesso ero a Lecce.

Sindone o altro?

Secondo Ortese non si tratta di una rappresentazione della Sindone, bensì di un “Velo Quaresimale”, cioè di un velo di lino utilizzato per nascondere l’altare maggiore e talvolta anche quelli laterali durante i quaranta giorni della Quaresima. Una sorta di digiuno visivo tipico della disciplina penitenziale medioevale seconda la quale in quei giorni al peccatore era preclusa la consolazione di poter veder il Santissimo e volgere lo sguardo all’altare. Questa tradizione fu molto viva soprattutto nei territori di cultura tedesca (“fastentucher”, veli quaresimali), dove ancora è possibile ammirarli.
Qualche dubbio a mio avviso resta, anche dopo aver visto in foto uno dei veli quaresimali della Carinzia.
In una riflessione riportata in una nota del libro, Ortese  riflette sulla possibilità che l’affresco possa essere la rappresentazione di un oggetto reale, di grande valore devozionale dell’antica comunità di allora presente ad Ortelle. Quindi, non un “semplice” velo quaresimale.
Sindone o velo quaresimale?

Ad oggi, a mio avviso, non è possibile giungere ad una conclusione che sia incontrovertibile. Il mistero del velo di Ortelle resta dunque irrisolto.

Ma l’affresco ci presenta altri spunti di riflessione e di indagine molto interessanti; in particolare le due figure di Sante che reggono il drappo. Chi rappresentano?
Partiamo con la figura posta a sinistra. Il restauro ha restituito dei particolari prima non visibili e che Ortese spiega con chiarezza nella sezione del libro da lui redatta.
Si tratta di una figura femminile, con testa coronata che regge, oltre che il drappo, un lungo giglio bianco. Prima del restauro si pensava potesse rappresentare Santa Caterina d’Alessandria, ritenendo erroneamente che poggiasse la mano su una ruota (strumento del suo martirio) e che avesse in mano una palma (simbolo dei martiri).
Il restauro ci ha restituito un’immagine priva della ruota del martirio e, come summenzionato, non regge una palma bensì un giglio. Il giglio, simbolo di purezza, compare spesso accostato all’immagine della Vergine Maria. Le dodici appendici cuspidate della corona (undici visibili) potrebbero far pensare alla “donna rivestita di sole” dell’Apocalisse che appare coronata di dodici stelle. Dunque potrebbe essere la rappresentazione della Madre del Cristo. Anche su questa figura le indagini restano aperte e non vi sono certezze.

La figura a destra, anch’essa dai tratti femminili, rappresenta una sorta di “papessa” (ovviamente il riferimento non è alla papessa Giovanna) con una tiara con sette corone e nella mano due chiavi, una d’oro e una d’argento. Chi rappresenta?
Secondo gli studi di Ortese le sette corone potrebbero rimandare sempre ai versi dell’Apocalisse in cui, nel linguaggio simbolico del Libro, le sette Chiese rappresentano l’intera comunità religiosa. Le chiavi sono un esplicito rimando alle chiavi di San Pietro. A giudizio dello studioso si tratta di un’allegoria della Chiesa Romana sotto le sembianze della Vergine Maria.
Una figura con un copricapo simile, ancorché maschile, si trova nella Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina dove, nel ciclo apocalittico compare il Messia a cavallo, seguito da cavalieri, che si appresta allo scontro decisivo. In questo affresco il Messia ha un copricapo con sette corone.

Ai piedi delle due figure si trovano le personificazioni della Luna (Antico Testamento) e del Sole (Nuovo Testamento). E sotto ancora, figure di santi che hanno lo sguardo contemplativo rivolto verso il velo. Tra queste figure, la prima da sinistra, appare una faccia barbuta ma senza aureola e di dimensioni leggermente più piccole rispetto alle altre figure presenti sull’affresco. Potrebbe essere il committente del quale però non si conosce nulla.
Come accennavo in precedenza, il restauro ha consentito di poter datare in modo più puntuale l’affresco, facendolo risalire al primo trentennio del quattrocento. Appaiono evidenti i legami tra questo sito con gli affreschi della Basilica di Santa Caterina di Alessandria a Galatina, di cui si è poc’anzi detto, e con la Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Edifici sacri realizzati grazie agli Orsini del Balzo a cui, giova ricordare, era stata assegnata anche la contea di Castro da cui dipendeva anche l’antico sito di Ortelle.

L’affresco di Ortelle è giunto sino a noi mantenendo quel “velo” di mistero che lo rende ancora più interessante, non solo per gli aspetti artistici, ma soprattutto perché ci restituisce uno spaccato della pratica devozionale medioevale delle nostre antiche comunità su cui resta ancora molto da indagare. Non ci resta che continuare ad ammirare la bellezza di questo affresco, circondato dal mistero, sul quale molto ancora si potrà dire senza forse avere mai la certezza di poter giungere a conoscere i nomi, i sentimenti religiosi, le motivazioni di chi lo concepì e lo realizzò.

Un capolavoro di grande complessità fortunosamente sfuggito al tempo e all’incuria, in una cripta di un piccolo paesino nella provincia di Lecce.

di Massimo Negro
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Gli amici e i lettori mi scuseranno per le eventuali imprecisioni e rimando alle fonti per chi ha voglia ed interesse ad approfondire:

1)  Sergio Ortese  (a cura di). Ortelle. Cripta di Santa Maria della Grotta . DE LA’ DA MAR.
2) Fonseca – Bruno –Ingrosso – Marotta. Gli Insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento – Congedo Editore 1979
3) A. Medea. Osservazioni sugli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi in Japigia VIII (1937).

Precendente nota sulle cripte di Ortelle.
https://massimonegro.wordpress.com/2011/12/07/ortelle-tra-s-vito-santa-marina-e-la-madonna-della-grotta/
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NdR: per chi volesse visitare il sito, è facile da raggiungere perché ben segnalato all’interno di Ortelle; peccato che sia solitamente chiuso ed aperto solo in limitate occasioni; suggerisco di contattare in anticipo il Comune di Ortelle per avere le informazioni necessarie per accedervi.

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Una risposta a Ortelle. Madonna della Grotta. Sindone o Velo Quaresimale?

  1. carlo ha detto:

    Vero tanti soldi per restaurarla e poi quasi sempre chiusa,la cosa che più non sopporto è la recinzione che impedisce anche la vista interna dalla porta principale o dala piccola finestrella laterale. Comunque complimenti per la bella descrizione.

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