Tornando sui propri passi (I parte). La Grotta delle Veneri, tra Tuglie e Parabita.

Tornare sui propri passi. Questa espressione è solitamente utilizzata per esprimere lo stato che si vive a fronte di situazioni poco piacevoli o di rammarico, per le quali si vorrebbe far tornare indietro le lancette dell’orologio o rigirare le pagine ormai archiviate del calendario. Si vorrebbe tornare indietro per compiere in modo diverso un’azione o cogliere un’opportunità che ci è sfuggita.

Nulla di tutto questo.

Questo tornare sui propri passi, sui miei passi, è un viaggio nel passato. Un viaggio nei ricordi, negli anni spensierati dell’adolescenza. Nessun rammarico, tutt’altro. E’ un tornare a calpestare la terra rossa dei sentieri tante volte percorsi da ragazzo con i miei amici a piedi o in bicicletta; in sella alla mia rossa metallizzata dal nome allora suggestivo, Aquila, comprata da “Siciliano” a Tuglie. E’ un tornare a saltellare, seppur con “qualche” chilo in più, sulle larghe e irregolari pietre lungo le cave tra Tuglie e Parabita. Con la testa, allora, sempre rivolta a guardare la pietra tagliata alla ricerca di impronte fossili di antiche conchiglie. A rovistare nel pietrame tra le traversine delle Ferrovie Sud-Est, attenti ai luccichii delle pietre, alla ricerca di “minerali” per le nostre collezioni. Con l’orecchio sempre vigile per sentire i treni in arrivo per metterci per tempo al sicuro. A volte, facendo come nei film western, poggiando l’orecchio sui binari per sentire le vibrazioni del metallo che ne anticipavano l’arrivo.

Ma è anche un tornare con la mente in epoche ancora più lontane, ripercorrendo i passi e i sentieri dei nostri antenati, in una zona del Salento che è ricca di ricordi e di presenze che ci arrivano dal lontanissimo passato. Tra Tuglie e Parabita, lungo il versante delle Serre Salentine che guardano da lontano allo Jonio, con le rotaie delle Ferrovie Sud-Est che fungono da confine e nel mezzo le grandi e profonde cave di estrazione tufacea.

Qui, in alto sulla Serra si trova la famosa Grotta delle Veneri, quella che per noi da ragazzini altro non era che la cosi detta Grotta “te lu Nicola Fazzu”. Delle Veneri vi parlerò poi, anche perché ho qualche dubbio che nei miei anni delle scuole medie, considerata la scarsa attenzione che aveva allora l’istituzione scolastica alla storia della nostra terra, ne sapessimo qualcosa di preciso. A noi interessava semplicemente la storia di ‘sto Nicola. Di questo personaggio forse reale, molto probabilmente fantastico, forse monaco o altro ancora, del quale si raccontava avesse accumulato un grande tesoro nascondendolo nella Grotta. Tesoro che secondo alcuni di noi era già stato trovato in qualche epoca passata, o forse no. Monaco, vero o falso, del quale si diceva che avesse una qualche stanza segreta nella quale, in mancanza del tesoro, era comunque rimasto un grosso tavolone costruito in pietra. La storia del tesoro era perfettamente in linea con le tante storie di “acchiature” di cui è piena la nostra terra. Onestamente non ricordo chi ci raccontò di questa presunta stanza segreta e di quel tavolone in pietra, che richiamava nella nostra fantasia di adolescenti ben più note tavole rotonde e storie di antichi cavalieri, ma qualunque fosse la fonte era motivo più che sufficiente per “darci un’occhiata”.

Altre volte, arrivando con la bicicletta dopo la pesante salita che da Tuglie conduce verso Collepasso e inoltrandoci per strade di campagna circondate da maestosi alberi di ulivo, eravamo entrati nella grande camera all’ingresso della grotta, ma senza inoltrarci più di tanto a causa dell’oscurità. Quella volta facemmo sul serio. Decidemmo di esplorarla per intero.

Per iniziare, ovviamente, la cosa doveva essere assolutamente segreta. Dovevano essere in pochi a saperlo e soprattutto non dovevano saperlo i nostri genitori. Questo aveva però una controindicazione non da poco: dove avremmo trovato le torce per illuminare il nostro cammino? Le costruimmo.
David e Mino erano i più esperti della compagnia in materia di elettronica, così a casa loro collegando delle lampadine a delle pile realizzammo delle torce molto rudimentali.

Per uscire di casa non c’era da inventarsi nessuna scusa particolare, visto che ogni pomeriggio dopo i compiti ci trovavamo al Cimitero per giocare a pallone. Apro una piccola parentesi, per non essere frainteso . Per noi il “Cimitero” altro non era che la forma contratta del più esteso “piazzale antistante il Cimitero”. Forma contratta che ci causò il primo anno di scuola media qualche incomprensione con l’allora professore di educazione fisica quando, nei primi giorni, nel rispondere ad un questionario su come impiegavamo il nostro tempo libero, rispondemmo in blocco che giocavamo al Cimitero. Ci prese da parte per capire che diavolo combinassimo, ma l’incomprensione la risolvemmo subito e anche per lui il “Cimitero” divenne il posto dove andare a fare esercizi nella sua ora. Fu lì che ci trovammo e a piedi ci avviammo verso la Grotta.

Una ventina buona di minuti di camminata, sino al comparire dell’inconfondibile profilo esterno della cavità. Una piccola montagnola di rocce, ricoperta di terra ed erba alle cui spalle si nascondeva l’entrata.

Non tutti se la sentirono di entrare, per cui un paio di noi rimasero fuori e ci sarebbero stati utile qualora ci fosse successo qualcosa. Varcato l’ingresso entrammo nella grande stanza che già ben conoscevamo. Perlustrammo il terreno e le pareti con l’ausilio delle nostre torce alla ricerca di qualche “segno” che potesse portarci a qualche scoperta. Rovistando tra le pietre e sbirciando nelle fessure arrivammo sino al fondo dove la Grotta si apriva in due cunicoli.

Decidemmo di esplorare prima quello di destra, che ci appariva più stretto da percorrere. Avevamo con noi un fischietto che utilizzammo per capire se all’interno vi fossero dei pipistrelli. Qualche fischio preventivo, ma non si vide nulla volare. Quindi ci addentrammo.

Procedendo lentamente e accovacciati, arrivammo sino in fondo, fin dove non vi era altro che un’apertura  molto piccola nella quale era impossibile addentrarsi. Tornammo così nella grande sala per fare il primo punto della situazione. Il cunicolo di destra si era rivelato lungo solo qualche metro e, a meno che il mitico Nicola non fosse stato in grado di trasformarsi in un serpente, non conduceva da nessuna parte e la roccia intorno a noi era così solida e compatta che non poteva nascondere alcuna “porta segreta”.

A quel punto iniziammo ad addentrarci verso il cunicolo di sinistra che, nel primo tratto,  era sufficiente ampio e alto per consentirci di camminare in piedi. Anche lì arrivammo sino in fondo e ci trovammo presto circondati solo da nuda roccia. Intanto qualche torcia si era spenta e quelle rimaste accese decidemmo di accenderle a turno. Stavamo già per tornare indietro quando ci accorgemmo di una strana rientranza. Ci avvicinammo con la poca luce che ci rimaneva per cercare di capirne di più e, ci ritrovammo dinanzi ad una strana apertura. Stretta ma sufficiente per farci entrare strisciando. Cosa fare? Beh, ormai eravamo lì e non potevamo certo tornare indietro.

Permettetemi una breve divagazione sul modo in cui eravamo vestiti quel giorno. Non potendo e non dovendo far insospettire i nostri genitori, eravamo usciti non in tenuta da speologi, ma con i vestiti normali di tutti i giorni. Ma la cosa non ci fece desistere.

In fila, pian piano, entrammo tutti. Il cunicolo era sufficientemente largo per permetterci di strisciare agevolmente ma l’altezza non superava il mezzo metro. Onestamente non ricordo per quanto ci inoltrammo. Ad un certo punto arrivammo in un punto in cui riuscimmo a stare accovacciati. Ci fermammo per tirare il fiato e per fare il punto della situazione, ma soprattutto per capire su quanto affidamento ancora potevamo fare sulle torce che ci eravamo costruiti. Proseguimmo ancora per poco, poi divenne così stretto che non ci fu più possibile andare avanti. Tornammo indietro muovendoci come dei gamberi, mettendoci nel verso giusto quando arrivammo al punto in cui il cunicolo era più alto. Infine uscimmo, tirando un sospiro di sollievo ma ancora carichi di fresca adrenalina.

Non avevamo trovato nulla. Nessuna stanza segreta, né tesori, né tanto meno l’antico tavolone in pietra, ma eravamo contentissimi. Avevamo esplorato la Grotta. Ora non aveva più alcun segreto, e questo per noi era già un grandissimo risultato.
Tornammo giù in paese raccontandoci le nostre sensazioni, ripercorrendo con la mente quanto fatto. Sino a tornare al punto di partenza della nostra avventura.

Ora dovete sapere che questa “passeggiata” ci aveva lasciato addosso dei segni ben visibili. Strisciare nel cunicolo non era stato come passare su un pavimento di marmo dove qualcuno aveva passato la cera. Dalla testa ai piedi eravamo interamente ricoperti da uno strato di terra e fanghiglia. Che diavolo raccontare tornando a casa? Viste le condizioni in cui ero, qualunque scusa potessi inventare non avrebbe retto. Non restava che raccontare la verità.

Al termine mia madre scosse la testa, come per dire “ma che peccati ho fatto per avere un figlio così”. Si fece dare i vestiti sporchi di terra e con faccia schifata li andò direttamente a buttare nella spazzatura.

Da allora tornammo altre volte ma senza mai ripetere le gesta compiute in quella giornata. Ancora oggi, quando posso, ci torno con piacere anche se ormai vi è una robusta cancellata ad impedirne l’entrata. Ma non fa niente.
Sbirciando all’interno sorrido e, guardando la cancellata, penso – “troppo tardi, ormai per me non hai più segreti”.
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La cavità può essere distinta in due settori. Il primo, esterno, con una volta circolare in calcarenite a fare da copertura, di dimensioni che oggi appaiono limitate. Il secondo, la grotta interna, che si suddivide in un tronco centrale, rappresentato dalla grande sala d’ingresso, e da due cunicoli che si sviluppano verso Nord e verso Ovest.

Nel 1966 all’interno della grotta furono ritrovati reperti risalenti al Paleolitico Medio e Superiore. Due scheletri acefali, databili tra il 35.000 e il 10.000 a.C., di un uomo e una donna della specie Cro-Magnon e parte del loro corredo funerario costituito da un ciottolo e una scheggia di selce tinti d’ocra e 29 canini di cervo forati.

Ma soprattutto in questa grotta furono trovate le due famose Veneri steatopigie, dalle quali da allora la grotta prenderà il nome. Due piccole statuine alte, la più grande, 9 cm e 6 cm la più piccola, ricavate da un osso di bue o di cavallo. Si tratta di una delle più straordinarie espressioni della cultura delle popolazioni paleolitiche: statuette di figure femminili dai pronunciati attributi materni (ventre, fianchi, glutei, seni), certamente degli amuleti propiziatori di fertilità.

Nelle indagini successive vi fu il ritrovamento di oltre 400 manufatti d’arte su pietra e su frammenti d’osso, e oltre 18.000 frammenti ceramici compresi tra una fase avanzata del Neolitico antico e la prima età del Bronzo, a cui si aggiungono anche reperti d’età storica.

La grotta fu frequentata sino all’età del rame (3.000 a.C.), poi i suoi abitanti fondarono un piccolo villaggio di capanne, dove restarono sino al 1.000 a.C. circa, quando un nuovo nucleo abitato sorge in una valle posta ad ovest del precedente: si tratta di Baubota o Bavota, città messapica colonizzata dai Greci dall’800 a.C.
Le cave hanno separato l’antica grotta dalla zona in cui venne costruito in epoca successiva il villaggio.

di Massimo Negro
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Per maggiori informazioni sulla Grotta delle Veneri, da qualche anno inglobata nel Parco Archeologico di Parabita, e per maggiori informazioni sullo stesso Parco, vi consiglio la visita dei seguenti siti:

– Grotta delle Veneri
http://www.leveneridiparabita.it/home.htm

– Parco Archeologico
http://www.cooperativailcantiere.it/it/parcoarcheologicodiparabita.html

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2 risposte a Tornando sui propri passi (I parte). La Grotta delle Veneri, tra Tuglie e Parabita.

  1. Complimenti… bell’articolo!!!!

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