Tornando sui propri passi (II parte). Da Tuglie tra grotte e antichi ripari verso il Villaggio Neolitico di Parabita.

Quando non si andava in giro con la bicicletta per strade di campagna in direzione della Grotta delle Veneri, e a seguire per viottoli sconnessi verso la zona della Madonna “de lu Carottu”, o per stradine più comode verso la necropoli messapica di Alezio, ci capitava di ritrovarci frequentemente a gironzolare lungo i binari della Ferrovia Sud-Est che portavano verso Parabita.

Non che avessimo una passione sfrenata per i treni, di cui invero ci interessava poco, anzi erano un elemento di fastidio perché dovevamo scendere di corsa dai binari e metterci in sicurezza. Ma da quelle parti avevamo due occasioni non da poco per impiegare, divertendoci, i nostri pomeriggi, una volta terminati i compiti.

Il punto di ritrovo era bene o male sempre lo stesso, il piazzale del Cimitero o, a volte, casa di Mino che aveva il pregio di essere a due passi da casa mia e molto più vicina alla nostra destinazione.

Al termine di quella che era Via Milano, e che venne poi dedicata ad uno sfortunato giovane militare tugliese, Antonio Palumbo, vittima delle brigate rosse, la strada che costeggiava la ferrovia diventava un largo viottolo di campagna (ora asfaltata con nuove costruzione che sono sorte nel corso degli anni), che andava via via restringendosi per poi scomparire dopo un centinaio di metri nella terra rossa e tra gli alberi di ulivo.

La prima tappa era presso la nostra personale “miniera”. Percorrendo la strada di campagna, dopo qualche decina di metri nell’alta massicciata della ferrovia si apriva un’ampia galleria che non conduceva da nessuna parte, se non alle spalle di un marmificio dove capitava spesso di trovare dei pezzi più o meno grandi di marmo o granito che qualcuno dall’interno gettava in quel posto.

Come dei cercatori d’oro del Klondike, passavamo del tempo indefinito con la schiena piegata a rovistare nel mezzo, con lo sguardo perso tra i luccichii e le striature di diverso colore, alla ricerca dei pezzi mancanti alle nostre collezioni di minerali. Tra l’altro, all’epoca, eravamo diventati dei veri esperti in materia. Conoscevamo le diverse qualità di pietra e sapevamo identificarle, o per lo meno di quello eravamo convinti, grazie anche ai quei libri del tipo “Conosci i Minerali” o “Enciclopedia delle rocce e dei fossili”,  che non mancavano nelle nostre librerie di adolescenti “curiosi”.

Se la ricerca era stata fruttuosa, ce ne tornavamo a casa discretamente carichi di pezzi di marmo o granito a sistemarli nei nostri raccoglitori. Se, come a volte capitava, non vi era nulla di rilevante, proseguivamo lungo la ferrovia addentrandoci nella campagna.

Percorrevamo il primo tratto dello stretto viottolo in terra battuta, per poi iniziare ad affrontare la dolce pendenza che conduceva verso le cave, addentrandoci tra vecchi e giovani alberi d’ulivo.

La zona in questione si estende tra Tuglie e Parabita, compresa tra le grandi cave di estrazione tufacea, che ci separavano dalla Grotta delle Veneri, e i binari della ferrovia. Una zona ricca di contorti alberi di ulivo, dove la terra rossa sale lentamente fino ad incontrare il grigio e il giallo ocra della calcarenite. Tra rocce indurite dal tempo e rocce dall’aspetto friabile. Tra vecchi ruderi e ripari di campagna scavati nella roccia, tra alberi di fico, pale di fichi d’india e le funambole macchie verdi del cappero in fiore. 

L’elemento che rendeva incredibilmente affascinante questa zona ai nostri occhi era la presenza di enormi massi. Disposti l’uno sull’altro, come se un gigante ci avesse giocato utilizzandoli come pezzi di un antico lego. Ammassi rocciosi quasi volutamente disposti a formare delle cavità per noi oggetto di esplorazione, ed utilizzati dai contadini come ripari o come depositi per i loro attrezzi e per le reti verdi o rosse utilizzate per la raccolta delle olive.

Una bellezza ordinata. L’abbondanza delle rocce, nell’approssimarsi alle cave, potrebbe lasciar supporre che si tratti di una terra incolta, lasciata a se stessa, abbandonata tra la sterpaglia. Invece, fin dove è possibile sfruttarla e sono presenti alberi d’ulivo si nota una pulizia ed ordine che danno l’esatta misura dello sforzo e dell’amore che hanno i contadini per questi loro lembi di terra. Sembra quasi che gli stessi massi siano stati posti ad arte per ottenere un effetto scenico molto suggestivo.

 In questa zona non ci sono i classici “furneddhri” che popolano le nostre campagne. Le costruzioni sono parte in muratura e parte scavate nella roccia.

Precedute da rustici gradini su cui è piacevolissimo sedere ed immergersi nella calma assoluta che lì regna, rotta solo dal ronzare delle api e, d’estate, dall’orecchiabile fragore delle cicale. Con la vista che si perde lontano tra le chiome verdi degli alberi d’ulivo, sino a giungere nelle giornate in cui l’aria è tersa a cogliere lontani spicchi di mare. Accanto a vecchie cisterne, sui cui bordi assonnate lucertole assaporano nella bella stagione il caldo del sole.

Sbirciando all’interno, in una di queste, si vedono dei “cannizzi” utilizzati per essiccare i fichi, pendule di pomodori secchi appese al muro e, su una parete, uno sbiadito quadro con una Madonna che, con amorevole sguardo, sembra quasi che ti inviti ad entrare per assaporare un’atmosfera che rimanda ad anni del passato della nostra terra di cui pian piano si sta perdendo traccia.

Anni in cui la terra era tutto o quasi, anni in cui con il sudore della fronte e con i calli delle mani la terra veniva lavorata ed amata, e forse anche in alcuni momenti maledetta, ma sempre con grande rispetto, coltivandola nei punti oggi ritenuti più impensabili. Anni in cui gente umile costruiva con il suo ingegno dei gioielli di architettura rurale di incredibile fascino che ancora oggi ti lasciano a bocca aperta per la loro bellezza.

Procedendo lungo il declivio  del monte di calcarenite, zizzagando tra rocce e spuntoni tagliati a mano con lo ‘zzocco, incontravamo numerose cavità scavate dall’uomo. Alcune sono veramente piccole, altre pur essendo basse sono all’interno di modesta grandezza. Alcune di queste, che ben conoscevo quando da adolescenti le andavamo a visitare durante le nostre esplorazioni, non ci sono più. Distrutte dalle ruspe in una zona in cui l’estrazione dei mattoni e della sabbia è ancora attiva.

 

Saltellavamo tra le rocce tentando scalate o ci arrampicavamo sui tronchi e sulle cime degli alberi più robusti. Quando eravamo in vena, con i fili d’erba creavamo i cosi detti “chiappi” che servivano per catturare le innocenti lucertole. Si faceva a gara a chi catturava l’esemplare più grosso, ma poi le rimettevamo in libertà. Oppure come degli invasati ci inseguivamo l’un l’altro tirandoci addosso quelle che erano una sorta di spighe selvatiche, facendo la conta di quelle che ci rimanevano attaccate ai vestiti, le cosi dette “’ ’zzite ”.

Ma questa zona non è solo bella dal punto di vista paesistico, si presenta anche ricca di importanti tracce  del nostro lontano passato. In un piccolo fazzoletto di terra, ancora oggi si possono scorgere i segni di una religiosità antica. Segni di croci intagliate nella roccia e, su una parete dalla forma semicircolare, tracce di sbiadite aureole. Molto probabilmente un’antica cripta la cui volta è probabile che sia crollata in epoche successive.

Ma le tracce che si possono rinvenire sono ancora più antiche. Arrampicandosi su un pianoro roccioso, che da un lato strapiomba nella grande cava, sul terreno si possono notare numerose buche perfettamente circolari disposte lungo diverse linee tra loro  parallele. Buche dal diametro variabile tra i 15 e i 30 cm. E’ quello che resta dell’antico villaggio neolitico che venne abitato in un’epoca successiva, sino all’anno 1000 a.C., da coloro che popolavano l’antica Grotta delle Veneri. Fu la loro prima tappa una volta fuoriusciti dalla Grotta, prima di abitare in pianura nella vicina zona identificata come Bavota, il primo nucleo messapico dell’antica Parabita.

Le fosse circolari presenti nel terreno erano funzionali ad innalzare le capanne delle quali gli abitanti dell’epoca si servivano come ripari. Capanne costruite con pali di legno, canne ed argilla mista a paglia. Particolarmente interessanti sono i segni nella roccia di una capanna a pianta apparentemente circolare di circa 7 metri di diametro. Nei pressi si possono notare anche quel che resta di antichi focolari. E’ difficile determinare l’esatta dimensione del villaggio, perché i lavori della cava hanno indubbiamente compromesso il luogo.

Le prime ispezioni archeologiche del luogo risalgono al 1984 da parte della Soprintendenza ai Beni Archeologici. Nella zona sono stati rinvenuti diversi reperti tra cui i resti di una coppa d’argilla decorata con un motivo a zig-zag dipinta con colori bruni, probabilmente di produzione micenea. Testimonianza di antichi traffici e commerci marittimi.

Ancora oggi è facile capire perché i nostri antenati decisero di fermarsi in quel luogo. Da questo pianoro roccioso si gode una vista mozzafiato sull’intera zona pianeggiante che si stende tra Tuglie e Parabita.

Dopo molti anni di assenza, ci sono tornato una prima volta circa due anni fa, provando a ripercorrere passo dopo passo le emozioni vissute allora. Dopo aver girovagato in ogni dove, ed essere quasi giunto alle prime abitazioni di Parabita, non mi restò che compiere un ultimo “rito”. In ricordo dei vecchi tempi, discesi in direzione del tracciato ferroviario, salì sui binari e, rivendendomi da ragazzo con lo sguardo rivolto in basso a cercare tra le pietre luccichii di quarzo, me ne tornai lentamente verso Tuglie.

di Massimo Negro

NB: C’è un modo indubbiamente più agevole per giungere a visitare il villaggio neolitico. Poco fuori Parabita, lungo la strada che conduce a Tuglie, passato il campo sportivo e l’antica Chiesa di San Pasquale, all’altezza del primo curvone ci si mantiene sulla destra e si prosegue per una strada secondaria che conduce alla zona del Parco Archeologico di Parabita. Arrivati lì, basta seguire le indicazioni.

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Della serie “Tornando sui propri passi”:

– “Tornando sui propri passi (I parte). La Grotta delle Veneri tra Tuglie e Parabita”
https://massimonegro.wordpress.com/2012/01/31/tornando-sui-propri-passi-i-parte-la-grotta-delle-veneri-tra-tuglie-e-parabita/

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2 risposte a Tornando sui propri passi (II parte). Da Tuglie tra grotte e antichi ripari verso il Villaggio Neolitico di Parabita.

  1. dyna ha detto:

    ciao!che bel racconto…complimenti!!!

  2. francesco ha detto:

    complimenti!!! rilassanteneninteressante

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