Nardò. La Palude del Capitano e il ricordo di giovani pedalate.

Penso che succeda un po’ a tutti.  Ci sono dei luoghi in cui basta tornare per qualche motivo e subito vengono alla memoria episodi accaduti nel passato, a volte anche lontano o che diventa sempre più lontano man mano che si cresce, come se stessero riaccadendo proprio nell’istante in cui ci hai rimesso piede. Si rivivono come se si fosse li, come uno spettatore esterno e invisibile. Ci si rivede fare alcune cose, si ricordano, anzi si risentono i dialoghi come se stessero avvenendo nuovamente in quel momento.
Uno di questi luoghi è la “Palude del Capitano”.

Da ragazzi, nei pomeriggi estivi non molto assolati, ci capitava spesso di inforcare le nostre biciclette e di lanciarci in passeggiate sempre più lontane da Lido Conchiglie.
Prima verso Santa Caterina, dove ci fermavamo in piazzetta a riposarci. Poi con il tempo sino a Porto Selvaggio, dopo aver meditato a lungo sulla fattibilità fisica della salita.

Finchè alla fine non ci ponemmo limiti e ci lanciammo in pedalate dall’improbabile durata verso Porto Cesareo.

Arrivati alla Baia di Uluzzo, guardando ogni volta meravigliati l’intenso blu del mare e le alte e pungenti scogliere, andavamo giù per la discesa che porta verso Torre Inserraglio, con la schiena china sul manubrio per andare più veloci.
Lasciandoci a destra la nuda roccia calcarea macchiata da tracce di muschio e, a sinistra, le verdi pale dei fichi d’india con il mare che muta da blu in verde smeraldo.

Dopo un lungo tratto pianeggiante, arrivavamo in un luogo fantastico, addentrandoci per sentieri di terra rossa, pieni di buche, fango e pozzanghere.

Circondati dalla macchia mediterranea, tra specchi d’acqua dolce e salmastra, immersi nel frastuono delle cicale. Scendevamo dalle biciclette e passavamo un po’ del nostro tempo a saltellare sui massi circondati dall’acqua. Quella che, più in là nel tempo, avrei conosciuto come la Palude del Capitano.
Se le gambe lo permettevano, si proseguiva verso Porto Cesareo, altrimenti via verso casa.


Questo tragitto a volte lo facevamo in motorino e spesso mi capitava di farlo da solo, anche d’inverno. Non che fatto in motorino fosse necessariamente più semplice. Le salite da affrontare con dei vecchi cinquantini restavano comunque ardue. Ho ancora nella mente un’immagine di Antonio, che seduto con Biagino sul suo vespino, saltellava sul sellino per cercare di dare una maggiore spinta.

Comunque anche se in motorino, la masseria della Palude del Capitano rimaneva una tappa fissa. Per non surriscaldare i nostri “cinquantini”, era questa la nostra convinzione, si parcheggiava all’ombra della masseria e lì sostavamo per una decina di minuti. Poi si ripartiva.

Una volta, andandoci da solo, e arrivo al dunque della storia, arrivai nei pressi della masseria e, come al solito, parcheggiai all’ombra il mio “potente mezzo”, un mini califfo cinquanta. A pochi metri una macchina in cui credevo non ci fosse nessuno all’interno. Qualcuno che come me, pensavo, stesse visitando la zona.
Mi sbagliavo.  Il tempo di fare due passi verso lo specchio d’acqua e mi sento chiamare con un “Ehi tu!”.

Mi volto e vedo un ragazzo all’interno della macchina che faceva segni nella mia direzione e dopo qualche secondo vedo comparire affianco a lui una ragazza che, rialzandosi dal sedile passeggero, si stava riassettando la camicetta e rideva di gusto.

Faccio qualche passo verso la macchina e il tipo riprende, dicendomi con tono alterato, ma dovrei scrivere incazzato, “Ma proprio qui devi parcheggiare? Sposta il motorino”. La ragazza accanto lui intanto continuava a ridere.

Con molta tranquillità gli rispondo “Scusami ma questo è l’unico posto ombreggiato, ma non ti preoccupare vado via tra poco”.

Faccio solo qualche passo verso il laghetto, mi volto nuovamente verso di lui, che nel frattempo penso che stesse bestemmiando in ogni lingua conosciuta prima della venuta di Cristo, e con molta naturalezza e tranquillità gli dico “Scusami, ma già che stai mi daresti un’occhiata al motorino?”.

La ragazza ha iniziato a piegarsi in due per le risate, lui è diventato di un rosso inferno, ed io lì che aspettavo una risposta alla mia domanda.

Il tipo ha acceso la macchina ed è partito via incazzato (non alterato), sgommando come un pazzo.
Beata strafottenza! 

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Lo scorso fine settimana sono tornato con Maria Teresa e Giovanni. I miei due figli. Di tempo ne è passato da quella volta in motorino.
La zona è poco più a nord del Parco di Portoselvaggio, appena prima di arrivare nell’abitato di Torre Sant’Isidoro.              
La zona è pianeggiante e ricca di imponenti arbusti di macchia mediterranea, con una dedalo di cavità nelle rocce, attraversate da numerose sorgenti che hanno provocato, e tuttora alimentano, fenomeni di erosione. Appena qualche anno fa l’azione carsica provocò persino il cedimento della strada litoranea che costeggia l’area della Palude del Capitano.

La Palude del Capitano è uno specchio d’acqua formatosi dallo sprofondamento della parte superiore di un’antica caverna a causa dell’erosione delle acque che corrono nel sottosuolo. Un fenomeno tipico dei terreni carsici, scientificamente noto con il nome di doline, ma che qui vengono denominate “spunnulate”, che in italiano stanno per “sprofondate”. L’acqua riempie fino all’orlo la cavità sotterranea attraverso una serie di sorgenti di acqua dolce ed una fitta rete di canali che fanno comunicare la palude con il mare, e grazie alle quali anguille e cefali si insediano nelle acque salmastre del laghetto risalendo dal mare.

Accanto allo specchio si trova la “Casa del Capitano”. La costruzione, oggi restaurata, non è di pregio ma conserva un piccolo mistero. Secondo la leggenda popolare, infatti, fu costruita da un marinaio stanco del suo girovagare per il mondo, per ritrovare proprio qui quiete e tranquillità.

Proseguendo verso il mare si arriva ad una piccola spiaggia, in una zona chiamata “Frascone”. Il nome della zona potrebbe derivare proprio per le numerose sorgenti e polle sorgive con acqua salmastra e dolce di origine freatica. Acque fresche. Ma secondo altre interpretazioni potrebbe esser stato derivato da “frasche”, termine con il quale si designa un’abbondante vegetazione che assicura fresco e riparo dal sole.

L’area ha una rilevanza archeologica. Da qualche anno, dopo che per lungo tempo nella zona era facile ritrovare manufatti di vario tipo, sono in corso degli scavi per riportare alla luce le fondamenta di quello che si ritiene essere un antico edificio.
Gli archeologici sono riusciti a identificare almeno tre fasi di frequentazione del sito. Gli strati inferiori, quasi a contatto con il banco roccioso, sui quali si imposta l’insediamento più antico, hanno restituito materiali della prima età ellenistica.
La prima sistemazione edilizia dell’area è rappresentata da un edificio con muri in opera quadrata, di cui si conservano le sole fondazioni; tale edificio potrebbe essere inquadrabile in età repubblicana, a partire dal II sec. a.C., come sembrerebbero provare sia i reperti ceramici che quelli numismatici che sono stati ritrovati (si è rinvenuto un unguentario contenente monete d’argento databili alla metà del II sec. a.C.).
In età tardo-imperiale, durante la seconda metà del III sec. d.C., fu edificato un impianto articolato in una serie di ambienti affiancati e modulari, realizzati in tecnica “povera”, con murature ‘a secco’, in pietrame non squadrato; anche di queste si ha solo la fondazione.
Nello strato di allettamento di una di queste murature è stata trovata una moneta dell’imperatore Probo, databile tra il 276 e il 282 d.C.


L’ultima fase, la più recente, giungerebbe fino al VI-VII sec. d.C., come suggeriscono i frammenti di anfore da trasporto prodotte nel Mediterrano orientale. Si sono rinvenute anche varie monete, di diversa cronologia, fino al IV sec. d.C., e oggetti legati alla vita quotidiana, come un gruppo di spilloni, una fibula in bronzo, resti di collane vitree.
Allo stato attuale dei lavori, non si ha nessun tipo di dati che faccia pensare ad una frequentazione del sito in epoche successive al tardo-antico. Non sono stati ritrovati materiali databili al periodo medievale, come per esempio monete o ceramica invetriata o smaltata.


La zona merita una visita. Nel periodo estivo suggerisco un bagno rinfrescante e poi una bella e riposante passeggiata. Buon divertimento.

di Massimo Negro

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