Gallipoli. Il Giovedì Santo tra “sepolcri” e “mamai”.

Con il Giovedì Santo iniziano i tre giorni più intensi dell’anno liturgico, i giorni del Triduo Pasquale. Giornate che ci condurranno verso la Domenica di Pasqua, il giorno della resurrezione. Il giorno in cui vince la speranza, pur passando nei giorni precedenti attraverso la triste memoria della Croce.
Il Giovedì Santo è un giorno atipico all’interno della Settimana Santa. E’ un giorno di festa anche se non lo si può celebrare per intero come tale. Ma di questa peculiarità si ha comunque una chiara evidenza nei paramenti liturgici. Non vince il viola, colore predominante durante il periodo di Quaresima quale simbolo di penitenza, ma predomina il bianco, il colore liturgico delle feste, o in alternativa il rosaceo.

E’ un giorno importante per diversi motivi. Circa duemila anni fa Gesù, durante quella che viene ricordata come Ultima Cena, istituì il sacramento dell’Eucarestia, consacrando il pane e il vino con quelle parole tramandate a noi dai Vangeli, che ancora oggi sono ricordate e rivissute dal sacerdote e dall’assemblea durante la messa nella liturgia eucaristica. E con l’Eucarestia istituisce anche il sacramento del Sacerdozio.
E’ la sera in cui il Cristo prima di congedarsi dai suoi apostoli, sapendo che da lì a poco sarebbe stato arrestato, consegnò loro, per mezzo del gesto della lavanda dei piedi, uno dei suoi più grandi Comandamenti, quello dell’amore – “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”.
Ancora oggi ogni Giovedì Santo si fa memoria di quelle parole e di quei gesti, in una delle liturgie più affascinanti, suggestive e cariche di significato dell’anno liturgico.

A Tuglie da ragazzo mi è successo qualche volta di prendere le parti di uno dei dodici durante la celebrazione della Messa in Cena Domini. Ci sistemavano intorno all’altare, lungo la balaustra che la separa dalle navate. Potete ben immaginare gli sfottò reciproci che a bassa voce o con gesti ci facevamo durante la messa in attesa che l’arciprete ci lavasse i piedi – “Ta ricurdatu cu ‘tte sciacqui li peti?”, “Oh, la puzza te ‘cquai se sente!” – e via così finché non ci arrivava l’immancabile occhiataccia di don Nicola che ci faceva subito smettere. Solo per qualche minuto.

Ma il Giovedì Santo non finiva con la messa, tutt’altro. L’attesa era per quello che sarebbe accaduto dopo, perché si sarebbe andati in giro per le diverse chiese del paese per la visita dei “sepolcri” o, in dialetto, “saburchi”.
Al termine della messa, le strade si affollavano di gruppi di persone a piedi o in auto che si muovevano per tutto il paese. Un lungo girovagare partendo dalla Chiesa Madre per andare dapprima alla Madonna del Carmine, poi da lì si tornava indietro per dirigersi a San Giuseppe, a seguire alla Chiesa delle suore, sino all’estremità del paese, a Santa Maria Goretti, allora retta da don Garzia detto “Papa Dante”.

Da lì ci toccava la penultima tappa, su a Montegrappa per visitare la piccola chiesa eretta sul piazzale della collina. Ovviamente durante il tragitto si faceva incetta di pane benedetto, che un po’ mangiavamo durante il percorso, un po’ conservavamo per portarlo a casa, buono per essere utilizzato nelle giornate di forte temporale per chiedere l’intercessione di San Giovanni secondo la nota preghiera popolare “Azzate San Giuvanni e ‘nnu durmire …”.

Montegrappa era la penultima tappa perché da lì non si tornava a casa ma occorreva ritornare velocemente al punto di partenza, in Chiesa Madre. Bisogna essere di ritorno per le 11 perché a quell’ora iniziava l’Ora Santa, l’ultimo atto del Giovedì Santo, e a me solitamente toccava qualche lettura da leggere. Il Venerdì sarebbe stato giorno di silenzio.

Per chiamare le cose con il loro nome, quello che noi comunemente chiamavamo e continuiamo a chiamare “sepolcro” ha un altro nome: altare della reposizione. Non può essere un sepolcro perché siamo nel giorno di Giovedì Santo e il Cristo non è ancora morto. Gli addobbi non sono certo quelli di un sepolcro perché predomina il bianco e il dorato nei paramenti, anziché il viola, e vi è grande abbondanza di fiori e l’immancabile “grano bianco” fatto crescere per l’occasione al buio. E altri simboli dell’Eucarestia ma nessun simbolo della Passione.

In questo particolare altare vengono conservate le particole consacrate durante la Cena Domini e che verranno utilizzate durante il Venerdì Santo perché in quel giorno non è prevista alcuna consacrazione e la liturgia che viene celebrata non è una messa; a Tuglie la tradizione popolare la denomina “messa sciarrata”. E se anche il giorno del Venerdì dovessero rimanere particole non distribuite ai fedeli, queste non vengono conservate nel solito altare del Sacramento ma in un posto diverso, solitamente in un tabernacolo posto in Sacrestia, comunque non in Chiesa.

Questa tipologia di altare, di cui si ignorano le origini (alcuni sostengono che tale pratica risalga al medioevo ma non se ne conoscono i motivi che l’hanno fatta nascere), è anche occasione e luogo di preghiera, di riflessione. Nell’Ora Santa si fa memoria del tempo che Gesù passò nell’orto dei Gestemani a pregare nell’attesa del suo arresto e del tradimento di Giuda. Quasi un’azione riparatoria del colpevole sonno dei suoi apostoli durante quella notte.
L’usanza è che ogni fedele visiti da cinque (quante sono le piaghe di Cristo) a sette (quanti sono i dolori della Madonna) altari della reposizione. La pratica del cosiddetto giro “delle sette chiese” pare che si debba a San Filippo Neri.
L’altare rimane allestito sino al pomeriggio del Venerdì Santo. Con la morte di Gesù, la Chiesa viene spogliata di qualsiasi addobbo e rimane solo la Croce davanti alla quale pregare.

Vi sono paesi ove questa tradizione viene vissuta con modalità ancor più particolari e suggestive. A Gallipoli il Giovedì Santo, oltre alla numerosa partecipazione dei comuni fedeli, vede il coinvolgimento delle antiche Confraternite del centro storico che, partendo dalla propria chiesa, rendono visita ai diversi altari predisposti nel borgo antico.

Le Confraternite sono tante: dei muratori, dei sarti, dei pescatori, degli scaricatori del porto o “bastaggi”, dei fabbri, dei bottai, dei falegnami, dei calzolai e, anche, dei nobili.

Ognuna di queste Confraternite ha una chiesa propria e una propria “divisa”. Solo tre Confraternite, come è dalla tradizione e dalla storia, aggiungono al saio, alla mozzetta ed al cappuccio il cappello dalle larghe falde e il bordone da pellegrino: quella di Santa Maria della Neve e S. Francesco di Paola, quella della Misericordia e quella della Santissima Trinità.

I confratelli sono preceduti da una tromba, con il suo squillo che pare un lamento, e da un tamburo suonato con lente percussioni, che annunziano il passaggio del piccolo corteo.

Vi è l’immancabile “trozzula” scossa rumorosamente da un confratello con un cappuccio calato sulla testa, che nasconde per intero il viso. E incappucciati sono anche gli altri confratelli.

Nel corteo viene portata anche la bandiera della Congrega e la tradizionale Croce dei Misteri, con i diversi simboli della Passione.

Infine il Priore e il Sacerdote a chiudere il corteo dei confratelli seguiti dai fedeli.

“Mai” o “Mamai” così vengono chiamati a Gallipoli gli incappucciati e le mamme gallipoline, sfruttando questo abbigliamento che ai bambini doveva incutere timore, usavano il termine per far star buoni i propri piccoli, minacciandoli che sarebbero venuti a prenderli se avessero fatto i cattivi.

Ogni congrega sosta per qualche minuto presso le Chiese in cui sono stati allestiti gli altari della reposizione. Una grande folla attende il passaggio delle confraternite. L’ingresso in Chiesa è l’unico momento in cui i confratelli alzano il cappuccio, pur mantenendolo in testa, per restare a viso scoperto dinanzi all’altare durante la preghiera e l’adorazione eucaristica. All’uscita si calano nuovamente il cappuccio sul viso e si avviano verso la chiesa successiva.

La bellezza del centro storico e la suggestione indotta da queste antiche pratiche devozionali rendono il Giovedì Santo gallipolino un appuntamento a cui non mancare. Mantenendo la compostezza e il rispetto richiesti dal giorno.

di Massimo Negro
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Note correlate:

– Gallipoli. La vestizione dei Confratelli e la Processione del Venerdì Santo.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/04/05/gallipoli-la-vestizione-dei-confratelli-e-la-processione-del-venerdi-santo/ 

– Gallipoli. La Processione della Desolata nelle prime ore del Sabato Santo.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/04/06/gallipoli-la-processione-della-desolata-nelle-prime-ore-del-sabato-santo/

 

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4 risposte a Gallipoli. Il Giovedì Santo tra “sepolcri” e “mamai”.

  1. luigi cataldi ha detto:

    grazie, caro Massimo, per questa tua bella testimonianza di tradizione salentina!

  2. Pingback: Gallipoli. La Processione della Desolata nelle prime ore del Sabato Santo. | Spitte Salentine

  3. Pingback: Venerdì Santo a Gallipoli, i mamai, la processione all’alba, la scenografia ed il sentimento religioso. *Tante Foto*

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