Parabita. Il Canale Cirlicì e l’antica cripta basiliana.

Ci sono dei luoghi nel Salento ove, nonostante la sproposita urbanizzazione del nostro territorio, è ancora possibile immergersi nella natura, lontano dai centri abitati, lontano dalle strisce d’asfalto e dall’incessante traffico che le percorre.

Ci sono dei luoghi in cui anche quelle poche case che si intravedono in lontananza sembrano avvolte da una sorta di foschia magica, apparendo sfuocate quasi non esistessero, avvolte dal verde della natura.

Ci sono dei luoghi in cui la mano dell’uomo ha creato nel passato costruzioni che si integravano perfettamente nell’ambiente, perché da esso trovavano sostentamento e crescita, e che oggi appaiono quasi un tutt’uno con gli alberi, i prati, le rocce e i fiori che le circondano.

Nonostante tutto, questi luoghi nel Salento sono più di quelli che si possa pensare e, tra questi c’è lo splendido habitat paesaggistico del Canale Cirlicì a Parabita. Un profondo canalone attraversato da un piccolo torrente solitamente alimentato durante le piogge, in cui vi confluisce l’acqua che in quella zona delle Serre Salentine defluisce versa la parte pianeggiante del territorio che si stende tra Tuglie e Parabita.

Questo luogo è una sorta di porta d’ingresso del Parco Archeologico di Parabita; parco che da qui si inoltra verso la sommità delle Serre andando ad includere un Villaggio dell’Età del Bronzo (1) e la famosa Grotta delle Veneri (2).

Nella parte bassa del Canale vi è un’antica masseria. Uno splendido esempio di architettura ecosostenibile  che ci giunte dal passato. Un esempio che noi “moderni” non siamo più in grado o non vogliamo più realizzare, costruendo case di campagna dagli stili e dai colori più obbrobriosi che mal si coniugano con il verde degli ulivi e degli arbusti delle nostre campagne.

La masseria è stata restaurata nell’ambito degli interventi previsti per la realizzazione del parco. La struttura è molto suggestiva e il bianco delle sue mura ben si integra con l’ocra della roccia intagliata a mano da sapienti zoccatori. Sono diversi gli ambienti presenti; le stanze adibite ad abitazione, la stalla con segni di piccole linee sul muro a mo’ di conteggio per chissà quale attività o commercio, e un forno all’esterno.
Il complesso è stato abitato da mezzadri sino al 1935.

Salendo in terrazza si gode un bellissimo panorama volgendo lo sguardo sia verso il canale sia verso una grande ed antica cava scavata alle spalle del complesso, da anni completamente recuperata all’uso agricolo.

Ma le sorprese che può dare questo luogo non finiscono con la visita al sito della masseria. Superata una palizzata in legno, che delimita l’area attrezzata, si prosegue costeggiando il letto del torrente, ove è possibile incontrare un piccolo ponte che unisce i due versanti del  canale.

Proseguo lungo una sorta di sentiero più o meno abbozzato, mentre compaiono i resti di antiche cave cavate a mano tra alberi d’ulivo e mandorli.

Poco più avanti si incontra quello che considero il luogo più suggestivo dell’intera area. Un piccolo spiazzo con al centro un grande albero di carrubo e intorno quel che resta di  un insediamento con grotte scavate nel banco tufaceo.

Questi ricoveri sono disposti su due livelli. Il primo in piano con il torrente presenta la presenza di possibili cavità i cui accesi oggi sono occlusi da rocce e terra.

Inerpicandosi per un breve pendio si giunge al secondo livello, posto sopra il primo. Qui è possibile rintracciare chiaramente un’apertura nella roccia intagliata a mano che conduce verso una cavità, una sorta di stanza, in cui qualcuno molti anni addietro ha lasciato come “reperto storico e lascito” per i posteri un motorino. Oggi è possibile solo sbirciarci dentro, dato che terra da riporto e l’accumularsi dei frutti del grande albero di carrubo non consentono più l’accesso.

Non so se hanno un valore storico ma sarebbe interessante recuperare l’uso di queste cavità, se non altro per ricostruire l’habitat di quello che una volta poteva essere una sorta di villaggio sorto lungo le rive del torrente. Certo è che in questa zona si narra di presenze dell’uomo che si perdono nel tempo.

Ridiscendo giù trascinandomi la pesante borsa dell’attrezzatura fotografica e mi avvicino alle sponde del torrente. Volgendomi nella direzione da cui provengo, si intravede ancora qualche pozza d’acqua, frutto delle recenti piogge.

Volgendo lo sguardo verso la sommità del canalone, il letto del torrente appare chiaramente impraticabile. Lungo le sponde e all’interno del letto del torrente la vegetazione prende il sopravvento.

Ritorno indietro di pochi passi verso il banco roccioso, e lungo il costone si nota una sorta di corridoio scavato nella roccia.

A questo punto non resta che proseguire, inerpicandosi lungo i pendii scoscesi del canale. Qui la vegetazione diventa più rada; resta la presenza dell’ulivo ma incominciano a diventare più frequenti il fico d’india e l’albero del fico. Il letto del torrente ormai non è più visibile, coperto da una vasta strisce di vegetazione.

Si giunge infine sulla sommità del canale dove perfettamente mimetizzata tra i cumuli di roccia si trova l’ultima grande sorpresa di questa rilassante passeggiante.

Una cripta rupestre, ricavata in una grotta naturale, ove si possono rintracciare pochi segni ma ben visibili delle sapienti menti e mani dei monaci basiliani.

La cripta è costituita da due ambienti messi in comunicazione da un piccolo e basso corridoio. E’ pressoché impossibile dire oggi quello che poteva essere lo stato della decorazione parietale in quei lontani anni mentre era abitata da quei santi e colti uomini. L’unico affresco giunto a noi è ascrivibile al XII secolo e rappresenta un santo Vescovo, forse San Basilio Magno. Il resto è andato perduto.

Lo stato del luogo è indubbiamente precario. Il pavimento è in terra battuta e nel secondo ambiente vi sono numerose rocce e massi. Vi sono tracce di possibili scavi, forse qualche tentativo di trovare tesori o “acchiature”, come sono chiamate nel dialetto salentino.

La volta del secondo ambiente ha un ampio foro nella sommità, causato molto probabilmente da un crollo, e per riparare i visitatori del luogo da improvvide cadute vi è un ampio masso e quel che resta di una rete da letto. Questa grotta meriterebbe indubbiamente maggiore considerazione.

E’ probabile che l’esistenza di questo luogo di preghiera abbia dato infine il nome all’intera zona. Infatti il nome Cirlicì potrebbe derivare dal greco “Chiriacos”, che significa Signore. Con il tempo storpiato e mutato nell’attuale nome.

Il percorso è si accidentato ma non particolarmente difficile. Vale la pena percorrerlo con calma, immergendosi nella tranquillità del luogo. Lo frequento da quando ero ragazzino e non sono più più riuscito a “staccarmi”.

Sostate ad ammirare il panorama e svuotate la mente, con la faccia rivolta al sole, sentendovi un tutt’uno con quanto vi circonda. Ne vale la pena!

di Massimo Negro

Note:

(1) Villaggio Età del Bronzo:
https://massimonegro.wordpress.com/2012/02/10/tornando-sui-propri-passi-ii-parte-da-tuglie-tra-grotte-e-antichi-ripari-verso-il-villaggio-neolitico-di-parabita/

(2) Grotta delle Veneri
https://massimonegro.wordpress.com/2012/01/31/tornando-sui-propri-passi-i-parte-la-grotta-delle-veneri-tra-tuglie-e-parabita/

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