Un viaggio tra le “Pietre Forate”, men-an-tol, del Salento.

Ci fu un tempo in cui l’uomo non immaginava divinità ad immagine e somiglianza dei suoi pregi e dei suoi difetti.
Ci fu un tempo in cui all’uomo nessun dio si era ancora rivelato.

Ci fu un tempo, invece, in cui l’uomo per colmare la sua innata tendenza al soprannaturale, guardava con timore e rispetto a quanto di naturale lo circondava.
Ci fu un tempo in cui l’uomo ergeva a proprie divinità il sole, la luna, il cielo stellato, le foreste, le stagioni, i brontolii della terra e del cielo.
Ci fu un tempo in cui l’uomo aveva un grande rispetto per la morte e, soprattutto, per il grande mistero della vita e per quei momenti a loro inspiegabili della nascita.

Millenni di storia hanno portato templi, palazzi, castelli, grattacieli, chiese e moschee. Avventurosi esploratori, viaggi e sonde nello spazio, e potenti microscopi per rendere visibile quanto ci appare invisibile.
Ma quanto più il trascorrere del tempo e il progresso ci ha avvicinato ai misteri della natura e all’ambiente che ci circonda, per assurdo, ancor di più, ci siamo allontanati da essa.

Di quei tempi lontani, semplici ma duri da vivere, sono giunti a noi antiche testimonianze come i menhir, i dolmen e le pietrose specchie. Testimoni ora muti e, con il tempo, successivamente manomessi con l’apposizione di simboli della religiosità imperante. Simboli come le croci incise nella roccia e sulle facciate dei menhir, con l’obiettivo di far perdere la loro identità e funzione originaria, per piegarla a quella della religione vincente.

Ma le tradizioni e le credenze popolari non sono sempre facili da far dimenticare ed estirpare, quasi fosse una sorta di imprinting verso l’ambiente che ci circonda, un segno nell’anima che le generazioni che ci hanno preceduto hanno ricevuto al momento della nascita; e alcune di queste tradizioni, seppur vissute e raccontate in modo diverso, sono giunte sin quasi ai nostri giorni.

In particolare vi è un rito, che la storia definisce pagano, che ancora oggi in alcuni luoghi è presente nei ricordi delle persone più anziane che lo hanno vissuto. Anzi, ad esser precisi, vi è un luogo in cui ancora oggi viene praticato: il rito del passaggio attraverso una “Pietra Forata”, in bretone chiamata “men-an-tol”.

Ma prima di descriverle nei luoghi del Salento in cui si trovano, occorre addentrarsi nel loro significato e provare a descrivere l’uso che nei tempi passati veniva fatto.
Torniamo indietro nel tempo, quando l’uomo diventava creatore ed inventore con quanto la natura gli metteva a disposizione. Facendo uso di grandi pietre diede vita a quella che oggi è chiamata la cultura megalitica. Grandi pietre molto spesso utilizzate per rappresentare ciò che meglio gli uomini conoscevano, cioè il loro corpo. Come i menhir, a cui gli studiosi oggi attribuiscono una chiara simbologia fallica.

Pietre e natura e, come amalgama, la Madre Terra o Dea Madre. Una religione ancestrale centrata su questa sorta di figura femminile sui generis, simbolo della fertilità della terra.
In un mondo dominato esclusivamente dall’agricoltura e dalla caccia, la fertilità della terra e degli animali che su essa vivono e trovano sostentamento, trovò come naturale rappresentazione la figura femminile, simbolo di vita per eccellenza.
Nell’età neolitica compaiono anche alcune rappresentazioni alquanto rozze ma molto suggestive. Figure femminili ricavate dalle ossa degli animali o incise nella pietra, in cui sono esaltati i fianchi e il seno.

Fianchi larghi e pance sporgenti a simboleggiare la gravidanza; ancora oggi si dice che una donna dai fianchi larghi è “più portata” a sopportare, a vivere il periodo della gravidanza.
Seni voluminosi simbolo di abbondanza e soprattutto fonte del primo sostentamento che riceviamo alla nascita e nei primi mesi della nostra vita.

E in quel mondo quasi dominato dalla simbologia al femminile, le pietre forate assumono un significato ben chiaro; esse rappresentano l’utero femminile e il passaggio attraverso esse non è un semplice ricordare quando si è venuti alla luce, bensì è un rendere nuovamente presente quel momento come atto di rinascita, di rigenerazione.

Una sorta di confessione laica, dove il “confessore”, per il tramite della pietra, assume le sembianze immaginarie della Madre Terra, e il “penitente”, l’uomo o la donna che attraversa il foro, si ricongiunge alle sue origini e si purifica strisciando attraverso essa. Un ricongiungimento con una valenza “salvifica”, segno di buon auspicio e di future gravidanze per le donne e, per tutti, augurio di guarigione. Un ricongiungimento che è un immergersi nella fertilità della natura per trarre da essa, quasi per osmosi strisciando sulla pietra, quella forza, quel sostentamento che permetta alla terra di rigenerarsi e di rifiorire ogni anno.

Questa sorta di proprietà curativa o comunque ben augurante è testimoniata anche negli altri luoghi nel mondo in cui vi sono pietre forate utilizzate con riti similari a quelle che vi sto per raccontare. In Francia, nella Cripta della chiesa di Quimperlé vi è una pietra verticale con un buco circolare, attraverso il quale si passava per guarire dai dolori al capo. Sempre in Francia, nella Chiesa della Maddalena di Chartres, le donne introducevano i piedi dei loro bambini in una pietra bucata come rito ben augurante per farli presto camminare da soli e bene.

In Cornovaglia, il passaggio attraverso una pietra forata avrebbe curato il rachitismo dei bambini; oppure avrebbe dato sollievo da reumatismi, da disturbi della colonna vertebrale o febbre agli adulti, se questi fossero passati attraverso il foro nove volte in direzione del sole.

Altri esempi analoghi a Bologna, a Seres (Macedonia), Argostoli (Cefalonia), in Bretagna, e addirittura a Tokio. In questo ultimo caso il passaggio è ricavato in uno dei pilastri in legno di un tempio Buddista.

La pietra forata rappresenta e delimita un “prima” e un “dopo”. Il passaggio attraverso essa diventa quindi simbolo di “resurrezione”.

Non a caso utilizzo questo termine. Infatti a Calimera, dove si trova la prima pietra forata che vi descriverò in questo viaggio nel tempo e nei luoghi del Salento, il rito del passaggio si “celebra” tutt’ora il giorno dopo Pasqua. Pasqua giorno di resurrezione, Pasquetta giorno di rigenerazione.

Poco distante dal centro abitato, seguendo una piccola strada di campagna che si inoltra tra gli ulivi, si giunge dinanzi alla piccola Chiesa di San Vito. La pietra forata è posta all’interno, o per meglio dire, la Chiesa Cattolica ha cercato di nasconderla, di assorbirla al proprio interno, come accaduto con altri riti, e gli esempi nel Salento non mancano di questo tentativo a volte riuscito, a volte fallito.

C’è chi in modo efficace ha definito la cappella come una sorta di vestito fatto su misura, cucito dalla Chiesa addosso alla pietra, tanto che sulla stessa venne dipinta anche l’effigie di San Vito, ora ormai pressoché scomparsa.

La storia della Chiesa Cristiana e dei suoi riti è ricca di similitudini con altre e, in particolare, più antiche religioni. Un percorso di neutralizzazione e di assimilazione che a Calimera è riuscito solo parzialmente, visto che ancora oggi tantissime persone, pur se con obbiettivi diversi e più che altro per divertimento, comunque si mettono in fila il giorno di Pasquetta per attraversare la pietra strisciando sul pavimento e attraverso essa.

A Calimera si dice che “non c’è nessuno che non possa passare”, quasi a voler indicare che a tutti è data la possibilità di rigenerarsi, a prescindere dall’età, dal peso, dal sesso; proprio come l’utero materno che si adatta durante il travaglio a far passare il nascituro, così la pietra consente di essere comunque da tutti attraversata. Vedremo in seguito che in un altro luogo non è così, anzi tutt’altro.

Come gli abitanti di Calimera, anch’io ci sono andato durante una Pasquetta di un paio di anni fa. Devo essere sincero, non ho provato a passarci attraverso, ho avuto timore che nel “vedermi” la pietra facesse un’eccezione alla regola. Mio figlio Giovanni ovviamente è passato agevolmente attraverso, con suo gran divertimento.


Quel giorno dentro e intorno alla Chiesa si respirava un’aria piacevole. Tanti giovanni, tanti ragazzini e bimbi a giocare tra gli alberi e a mangiare allegramente su tavolini e tovaglie stese sull’erba.

Prima di lasciare Calimera, qualche breve cenno sulla struttura della piccola Chiesa. Le prime notizie risalgono al 1572 e sono tratte da una visita pastorale dell’Arcivescovo di Otranto Mons. Morra in cui viene descritta come dotata di una cupola dipinta a fresco. Per cui in quegli anni risulta già costruita e in essa venivano già svolte le funzioni religiose; di notizie ancora più in là nel passato purtroppo non ve ne sono. Nel 1700 viene citata anche come meta di pellegrinaggi per chiedere l’intercessione di San Vito.

Lasciamo questo paese della Grecia Salentina, dove questo rito ancorché antico è ancora vivo, e ci spostiamo sulla sommità delle Serre Salentine, a poche centinaia di metri dove si raggiunge l’altezza più alta del Salento, dove la vista si perde lontano oltre la chioma degli ulivi sino a cogliere i luccichii del Mar Jonio.

Giungiamo nei pressi di Parabità, in una località dal nome per certi verso strano ma sicuramente evocativo: la “Madonna te lu carottu”.

“Lu carottu”, il buco in italiano, altro non è che la nostra pietra forata oggetto della ricerca. Non si tratta di una vera e propria pietra, bensì di una significativa sporgenza del costone roccioso attraversata, in modo singolare, da parte a parte da una cavità dalla forma alquanto strana. Quasi fosse una sorta di clessidra posta in orizzontale. Da entrambe le parti è possibile accedere agevolmente camminando in modo eretto ma dopo pochi passi, la cavità si restringe a formare uno stretto budello che è possibile percorrere solo strisciando. Oltre il foro la cavità torna ad essere di altezza ampiamente sufficiente per essere percorsa camminando in piedi.

Il termine “Madonna” anche in questo caso riporta al tentativo fatto da parte della Chiesa Cattolica di ricondurre un rito pagano sotto la sua ala protettrice. Nei tempi passati, quindi, chi attraversava il foro trovava ad attenderlo dall’altra parte un dipinto della Madonna, oggi ormai cancellato e sostituito da una piccola immagine della Vergine appesa sulla roccia all’interno dell’anfratto.

Solo che “lu carottu” di Parabita pare avesse dei criteri di selezione più rigidi rispetto alla pietra forata di Calimera. Infatti mentre quest’ultima non negava a nessuno il passaggio attraverso il foro, “non c’è nessuno che non possa passare”, a Parabita non tutti potevano passare.
La tradizione orale giunta sino a noi ci racconta che solo chi riusciva ad attraversare lo stretto foro, dal diametro di circa quaranta centimetri, si poteva considerare “figlio di mamma buona”, cioè figlio di una buona madre, mentre a chi il passaggio era “precluso” non restava che sentirsi appioppare la definizione di “figlio de ‘bbona mamma”. Non esattamente un complimento, tutt’altro.

Le persone più anziane raccontano come fossero soliti frequentare il luogo soprattutto da ragazzi, e l’attraversamento del foro era inteso quasi come una sfida; un atto che rimanda a primordiali riti di iniziazione dall’età dell’adolescenza all’età della giovinezza.

In effetti quest’area del Salento è una zona ricca di antichi insediamenti. Poco distante, al limitare del bosco della “Madonna te lu Carottu”, la Grotta Mazzuchi all’interno della quale sono stati rinvenuti antichi manufatti ad uso sepolcrale. Sulla sommità della collina di Sant’Eleuterio vi sono quel che resta di probabili insediamenti basiliani. Spostandosi verso Tuglie, dove si incontra il Canale Cirlicì, si trova un’altra cripta basiliana dedicata molto probabilmente a San Basilio. Proseguendo si giunge alla Grotta delle Veneri, dove furono trovate le famose statuette dalle fattezze femminili che hanno dato il nome al luogo e, poco distante, il Villaggio dell’Età del Bronzo. Senza contare le numerose cavità scavate nella roccia di cui è ricca la zona, lungo il declivio delle tajate che conduce verso la strada ferrata.

Di questa grotta si racconta che fosse frequentata da monaci basiliani come luogo di preghiera. Di sicuro fu un luogo molto frequentato considerando che il punto in cui la cavità si restringe a formare il famoso “carottu”, la pietra si presenta oramai levigata a testimoniare i numerosi passaggi attraverso essa avvenuti sin dai tempi antichi.

Purtroppo il luogo non è più frequentato da tempo e scellerate scelte edilizie hanno portato in parte a comprometterlo. La sua stessa memoria si è andata con il tempo affievolendo ed è ormai ricordato e frequentato da pochi. Tracce di qualche sentiero sono ancora parzialmente riconoscibili, ma è evidente che si tratta di una tradizione che oramai appartiene al passato, a differenza di quanto accade a Calimera.

Per raggiungere il luogo bisogna lasciare la strada che da Alezio conduce verso Collepasso nel tratto che si inerpica sulle Serre Salentine. Dove i fianchi della collina sono stati rafforzati con delle mura in cemento, si può notare una piccola edicola votiva con l’immagine della Madonna e con su scritto “Madonna te lu Carottu”. Dopo un breve tratto asfaltato, occorre inoltrarsi per un sentiero in terra battuta che attraversa un uliveto di proprietà privata. Lasciata la macchina si risale un agevole declivio che porta verso la sporgenza nel costone roccioso. Il percorso è sostanzialmente agevole, seppur tra le pietre; l’ultima volte ci sono tornato con mia moglie Concetta, e con Giovanni e Maria Teresa, siamo andati su senza alcun problema. Giunti sul posto, la vista corre lontano sino a Gallipoli e al suo mare.

Lasciata Parabita e la sua Madonna, il percorso continua lungo la dorsale delle Serre Salentine, in direzione sud, giungendo in un posto dall’incredibile fascino naturalistico: Contrada Manfio.

Posta sulla serra, la contrada abbraccia il territorio di diversi comuni: Ruffano, Casarano, Taurisano e Ugento. Luogo di congiunzione e, soprattutto di ideale convergenza per la gente del luogo verso quella che è una delle cripte basiliane più interessanti e suggestive, anche per dimensioni, del Salento: la Cripta  del Crocifisso. Un luogo bellissimo, che si erge sulle campagne ricche di uliveti e da cui si gode uno dei più bei panorami del Salento.

Lo devo anche confessare. Luogo conosciuto durante gli anni delle scuole superiori perché era meta, insieme alla Madonna della Campana, di qualche improvvisata scampagnata quando non si entrava a scuola a Casarano per qualche sciopero e non si rientrava subito a casa. I cortei, la mia classe, li ha sempre poco “frequentati”.

Ma la destinazione di questo viaggio non è la cripta, bensì un manufatto megalitico dalle caratteristiche molto particolari e posto in un luogo non molto distante dal luogo di culto, ma difficile da individuare e raggiungere. Permettetemi di fare un passo indietro per raccontarvi come infine vi sono giunto.

Stavo raccogliendo del materiale utile per la stesura della presente nota e, nel ricercare informazioni e riferimenti sulle “pietre forate”, mi sono imbattuto in un interessante articolo pubblicato sul sito di Japigia.com.

Avendo avuto il piacere di conoscere personalmente Franco Meraglia, mi sono subito messo in contatto con lui per capire come giungere sul luogo. Dalle indicazioni pervenute una cosa era certa, come gli scrissi in una mail, – “la zona mi sembra sufficientemente incasinata per cui, visto che ti va di passeggiare, mi farebbe un gran piacere fare un salto insieme a te”.

E così è stato. Ritrovo a Casarano con lui e Beatrice e, per strade di campagne che incrociavamo antichi ulivi e alti muretti a secco, ci siamo diretti su verso la Cripta del Crocifisso. Parcheggiata la macchina in un piccolo piazzale in terra battuta adiacente la cripta, ci siamo inoltrati per sentieri via via sempre più stretti e al tempo stesso sempre più interessanti per la bellissima varietà di arbusti e fiori selvatici che ci circondavano. Non erano tutti fiori, o meglio accanto ai fiori vi erano anche numerose spine, ma alla fine dopo un certo girovagare, Franco è riuscito a ritrovare il luogo meta della nostra passeggiata.

Il manufatto megalitico è un menhir, ma non una semplice “pietra fitta”; infatti nel mezzo vi è uno strano foro circolare. Una strano oggetto in pietra che racchiude in se la suggestione e i misteri di un menhir e di un menantol.

Il menhir simbolo del fallo maschile, il menantol simbolo dell’utero femminile.

Non vorrei “forzare la mano” sul suo significato, perché non ho menzioni di studi su questo oggetto, ma la sua particolarità è ben evidente. Tra l’altro ad accrescere il mistero, vi è uno strano incavo a forma di “v” posto sulla sommità della pietra, che contribuisce a dare una fisionomia assolutamente singolare all’insieme.

Parlottando con Franco e Beatrice, ci siamo scambiati un po’ di opinioni, oltre che a “condividere” un po’ di spine visto che era quasi completamente nascosto tra gli arbusti.

L’incavo superiore potrebbe far pensare ad una sorta di contenitore per una qualche sostanza liquida ad uso rituale. Mentre il foro, di caratteristiche e dimensioni profondamente diverse rispetto a quelli di Calimera e Parabita, potrebbe far propendere verso un uso di questo “passaggio” nella pietra per esigenze di natura curativa per gli arti, siano essi gambe o braccia. In effetti, come ho scritto in precedenza, vi sono in altri luoghi delle pietre forate usate contro forme di malattia che hanno come causa o effetto la distorsione degli arti; soprattutto nelle fasi della crescita.

Che si tratti di un menhir è sicuramente cosa certa, perché si possono notare sulle due facciate minori le solite e posticce incisioni di croci.

Altra suggestione riguarda il luogo e l’orientamento dell’oggetto. Siamo sulla sommità della serra e il menhir è orientato con la sua sezione più larga verso il mare, verso il tramonto. Quindi attraverso il foro si poteva guardare l’orizzonte, si poteva vedere il sole tramontare e forse, come raccontato su Japigia.com, poteva servire ad identificare un periodo ben specifico dell’anno.

Oltre al menhir – menantol, vi sono altre “costruzioni” dell’uomo che danno da pensare.

E’ un luogo roccioso, ricco di pietre, non vi è traccia di coltivazioni ma da un certo punto in poi iniziano a comparire strani cumoli di pietre, il più delle volte circolari e spesso realizzati anche in sequenza. A cosa potevano servire? Intanto non sono furneddhri collassati su se stessi, il che avrebbe potuto spiegare la forma circolare. Visto lo stato del terreno, comunque pietroso, è difficile ipotizzare una qualche opera di antico e manuale spietra mento. Bisognerebbe indagare e non aggiungo altro.

La zona ha sicuramente antichissime frequentazioni. Lo testimoniano, oltre a questo particolare menhir, l’antica cripta e un altro menhir posto poco distante da essa, e altre cavità presenti nell’intorno.

Il mistero, o meglio, i misteri sulla storia, sulle bellezze e particolarità della zona non li abbiamo di certo intaccati, ma non per questo siamo tornati delusi a casa, perché il luogo è meraviglioso e, questo andare alla “scoperta” dell’antico menhir, è stato molto interessante e piacevole.

Con Contrada Manfio termino questo viaggio in luoghi a volte conosciuti, a volte sconosciuti, lungo questo itinerario ideale sulle tracce di antichi riti ancestrali, seguendo gli echi di un passato in cui l’uomo e la natura coesistevano, sino a riconoscersi e ricongiungersi in una comune essenza, quella della fertilità.

di Massimo Negro

__________

Riferimenti:

– S. Vito ha una pietra forata. Di Brizio Montinaro
http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/1979/II/art/R79II026.html

– Il menantol del Manfio
http://www.japigia.com/docs/index.shtml?A=menantol

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7 risposte a Un viaggio tra le “Pietre Forate”, men-an-tol, del Salento.

  1. Mimmo Modarelli ha detto:

    Tutto molto interessante, complimenti. Ach’io c’ho una certa passioncella per i megaliti, nei viaggi ne vado particolarmente alla ricerca. Li ho cercati in Bretagna, Spagna, Portogallo, Sardegna, ecc…

  2. Bellissimo articolo, Massimo! Con completezza e precisione hai riscoperto una parte degli antichi culti Salentini che pongono in collegamento la nostra Terra con qualcosa di più grande che accomunava le antiche civiltà, probabilmente molto prima che Greci e Romani si rendessero conto dell’esistenza questa parte d’Italia. Alla prossima!

  3. Mario Rizzo ha detto:

    I tuoi servizi-ricerche sono molto interessanti pieni di: mistero,magia ,esoterismo e quant’altro,io mi ritengo un piccolo ricercatore-esoterico,tutto quello che dici e vero,mi complimento per quello che scrivi,lo fai molto bene,Massimo ! sai che Galatina(LE) si dice il paese delle makàre,la vicino Soleto(LE) ha dato i natali a Matteo Tafuri-Astrologo,mago,alchimista e …La Puglia terra straordinaria magica e….
    Alla prossima!

  4. Giusy ha detto:

    Bellissimo articolo… Le strutture megalitiche del Salento mi incuriosiscono non poco…

  5. Alessandro Romano ha detto:

    Complimenti per l’acume e la tenacia d’indagine (ma anche per tutto il blog, molto interessante). Viviamo un territorio VERAMENTE tutto da scoprire, anzi, a rischio continuo di nuove scoperte.

  6. Ersilio Teifreto ha detto:

    Grande….. un’articolo che ti catapulta in altre epoche, nella collina morenica borgo di Ranverso (TO) luogo dedicato a Sant’Antonio Abate, si trovano molti massi erratici dell’era glaciale alcuni alti come una casa di 3 piani con un diametro di un campo da palla a volo, uno di questi massi
    rotolando si è fermato nella prima Precettoria costruita in Italia proprio di fronte all’Abbazia sormontato da una stele ottagonale con inciso il segno della Tau, e altri simboli che segnalavano con il suono della campana ai pellegrini provenienti da Canterbury che si trattava di un luogo dove potevano ricevere ospitalità e cure, prima di continuare il loro viaggio verso Otranto e imbarcarsi per Gerusalemme.
    La spina nel terreno era la zappa, le case erano con pietre forate.
    Ersilio Teifreto Novolese http://www.torinovoli.it

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