Alezio. L’antica Alytia messapica.

Caldi pomeriggi assolati.
Ocra stradine di campagna che, snodandosi, fuggono lontano.
Spigolosi e grigi muretti a secco dalle altezze altelenanti.
Antichi e giovani ulivi dal verde inteso, accanto al verde splendente dei vigneti.
Schiene piegate con il viso rivolto alla rossa terra.
Ondulanti motoapi cariche di attrezzi da lavoro e lunghe scale in legno.
Ruote di biciclette sobbalzanti.
Grida, corse, risate.

Giungendo ad Alezio su quello che viene chiamato Monte D’Elia, questi ricordi mi sopraggiungono  ogni volta come inaspettati; colori, suoni, odori, emozioni adolescenziali ancora vive.

Inforcate le biciclette ci dirigevamano da Tuglie verso Alezio percorrendo polverose stradine di campagna. Solitamente nei mesi più caldi, non perché temessimo il freddo, ma per sfruttare il tirar lungo del sole in cielo. Le nostre uscite non erano mai brevi. Ci fermavamo spesso, per i motivi più disparati. A guardare nei fossi che costeggiavano le stradine, ad intrufolarci nelle case di campagna dalle porte divelte, ad aggirarci per gli stanzoni di masserie deserte, commentando e ridendo di gusto delle imbrattature oscene che trovavamo sulle pareti.

Giungevamo infine ad Alezio. Fu Mino a portarci a visitare per la prima volta quello strano posto, l’antica necropoli messapica. Oddio, non che all’epoca avessimo contezza di chi fossero queste antiche genti, della loro storia e quanto di loro fosse giunto sino a noi.
La nostra storia, la storia della nostra terra è stata sempre considerata una storia “minore”. Oggi forse un po’ meno, ma in quegli anni veniva saltata a piè pari.

Ma l’idea di immaginarci occasionali esploratori ci appassionava non poco. L’area non era recintata e si poteva accedere senza alcun problema.
A prima vista sembrava un normale fondo di campagna, uno dei tanti. Terra rossa, a volte ocra, alberi d’ulivo, ma con un incredibile tesoro al suo interno.

Ci aggiravamo tra le tombe, cercando iscrizioni in una lingua a noi sconosciuta, rovistavando con le mani tra la terra alla ricerca di chissà quali tesori che, ovviamente, non trovavamo. Lastroni possenti, ricchi di storia che ci incutevano rispetto e timore per quello che una volta era stato il loro contenuto.

In quegli anni ci tornammo diverse volte. Poi ci fu una lunga pausa nelle mie occasionali frequentazioni e quando vi ritornai a distanza di anni, ero in macchina non in bicicletta, non riuscì a ritrovare il luogo. O forse vi riuscì anche, ma le tombe non c’erano più. Non che fossero state trafugate ma, ad un certo punto, gli enti competenti decisero di sotterrarle nuovamente per meglio conservarle, visto che in quegli anni non erano in grado di tutelarle e valorizzarle a dovere.

Vi rimisi piede nuovamente, dopo tanti anni, l’anno scorso in occasione di una visita straordinaria al sito guidata dalla locale Proloco. Infine vi sono tornato qualche settimana fa, di mattina, in occasione della manifestazione “La Notte dei Musei”, manifestazione organizzata in loco dal Comune di Alezio e dal Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto.

Alezio, l’antica città messapica Alytia, è uno dei numerosi centri che costellavano l’antica Messapia. Terra abitata dai Messapi, popolazione dalle origini incerte, molto probabilmente provenienti dall’Illiria e giunti sulle coste della Puglia alle soglie dell’età del ferro intorno all’IX secolo a.C. Ipotesi avvalorata anche da similitudini di tipo linguistico con quel popolo che abitava le terre al di là dell’Adriatico.
Mentre appare ormai messa da parte l’ipotesi di un’origine cretese; ipotesi che si basava essenzialmente sulla tradizione ed era derivata da un passo di Erodoto sulle origini delle popolazioni iapigie.

Le origini di questa cittadine sono antichissime. Secondo coloro che seguono la linea di pensiero sull’origine cretese del popolo messapico, si dice che sia stata fondata da Lizio Idomeneo, mitico re di Creta. Mentre secondo l’ipotesi prevalente, che si basa sulle origini illiriche della popolazione di quel tempo, questo centro potrebbe derivare il suo nome dalla città di  Alytia, nell’Acarnania, e per ricordarla le venne dato lo stesso nome.

Alezio, Alytia, dovette sicuramente le sue fortune alla vicina Anxa, l’antica Gallipoli, crocevia di importanti scambi commerciali soprattutto durante il periodo della colonizzazione greca. Localmente, infatti, si produsse del fine vasellame e ceramica in genere, frequentemente rinvenuta nelle sepolture quale corredo funerario, le cui forme spesso richiamano modelli di derivazione greca.

Anche Alezio, come altri importanti centri dell’epoca, crebbe e si strutturò  basandosi su tre luoghi fondanti: un acropoli, un’agorà e un anfitetro. Di quest’ultimo ne ho sentito parlare diverse volte, anche con riferimento a scelte urbanistiche nefaste effettuate nel passato, ma non ho mai avuto modo di capire se vi sono dei resti scampati miracolosamente al moderno disastro della speculazione edilizia che lo possano identificare chiaramente come tale. Secondo alcuni studiosi Alezio possedeva anche una struttura fortificata che racchiudeva un’area di 64 ettari.

Il Monte D’Elia, ove nel 1981 fu rinvenuta la necropoli durante l’esecuzione di lavori agricoli, si trova a poche centinaia di metri dall’odierno centro abitato. Ma l’intera area cittadina è ricca di testimonianze dell’epoca, ed è per questo che è sottoposta a numerosi vincoli e controlli, e ancora oggi, in occasioni di nuovi scavi, capita di rinvenire antichi manufatti o tombe.

La campagna di scavi che seguì gli occasionali rinvenimenti, consentì di portare alla luce 37 tombe. Non che gli aletini abbiano aspettato il 1981 per conoscere o intuire il loro passato. Già anni prima erano state rinvenute tombe ed epigrafi all’interno del centro abitato. Parlangeli nel 1960 dà notizia del rinvenimento fortuito di una tomba a sarcofago avvenuto nel 1927. Ma è probabile che le prime scoperte da parte  di privati cittadini, opportunamente occultate, risalgano a molto prima.
Comunque in quell’area le indagini proseguirono sino al 1985, finchè nel 1989 si decise di coprire nuovamente l’antico sito onde meglio tutelarne l’integrità.


Nel corso del 2004 il Comune di Alezio in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia ha dato il via ai lavori di sistemazione e recupero della necropoli. Ora l’area appare opportunamente recintata, ma si può comunque accedere previo appuntamento. E’stato costruito anche un edificio all’ingresso dell’area la cui destinazione mi è ignota, anche perché è vuoto e non utilizzato.

La visita continua e dal MonteD’Elia si rientra nel centro abitato e si giunge al parco delle tombe monumentali di Via Kennedy, realizzato nello spiazzo antistante il Museo Civico Messapico con tombe dalla significativa grandezza rinvenute sia all’interno dell’area della necropoli sia in alcuni siti all’interno dell’abitato.

Le tipologie delle tombe indagate è piuttosto varia, così come la cronologia dei corredi recuperati che nel complesso copre un periodo di ininterrotto utilizzo dal VI a II secolo a. C, cioè anche successivamente alla conquista romana. Le architetture funerarie individuate sono state classificate come segue:
– a fossa terragna: tombe scavate nella roccia o nella nuda terrà (VI sec. a.C.)
– a cassa di lastroni: tombe costituite da moduli assemblati in pietra calcarea (V – IV sec. a.C.)
– a sarcofago monolitico: tombe ricavate da un unico blocco di calcare (1).

Tutte risultavano coperte da una o più lastroni in calcare o, talvolta, da un unico lastrone sagomato a doppio spiovente. In particolare le tombe a cassa di lastroni hanno restituito diverse iscrizioni epigrafiche, incise su di una faccia interna laterale, e per lo più recanti formule onomastiche i cui caratteri paleografici hanno nella sostanza confermato la cronologia dei reperti ceramici rinvenuti all’interno delle tombe stesse.

Nel 1999 un’equipe dell’Universitàdi Sidney ipotizzò che nei pressi della necropoli passasse l’antica via Sallentina, in quanto accade spesso di trovare necropoli che si affacciano sulle più importanti vie di comunicazione.

All’interno del parco monumentale vi sono tombe dalle forme più svariate. Tra le tante che è possibile ammirare vi è una tomba a cassa di lastroni, rinvenuta durante la campagna di scavi del 1981, al cui interno su di un lato si legge l’iscrizione messapica  “taivaiaihi” incisa nella roccia, il cui significato potrebbe essere “sono di taivahias”. La tomba è stata datata tra la fine del IV inizi III secolo a.C.

Vi è poi una seconda tomba a cassa di lastroni rinveuta nel 1970 che ha una sua unicità tra quelle presenti, infatti presenta le superfici interne intonacate e il fondo pavimentato. Risalente al III sec. a.C. con  l’iscrizione messapica presente all’interno dipinta e non incisa nella roccia. Si ritiene che possa essere appartenuta ad uno schiavo. Peccato che il plexiglass che nelle intenzioni avrebbe dovuto tutelare l’interno dalle intemperie e, al tempo stesso, rendere visibile il suo contenuto, sia ormai completamente opaco per il passare del tempo e per lo sporco.

Infine vi è una terza tomba che pongo alla vostra attenzione, all’interno della quale si legge l’iscrizione messapica “graivahimardihi”, il cui significato protrebbe essere “sono di graivas(della famiglia) nardes (individuo di condizione libera)”. La tomba è stata rinvenuta nel 1981 ed è stata datata agli inizi del IV sec. a.C.

L’interno del Museo è molto interessante sia per i reperti presenti all’interno, sia per le numerose didascalie che accompagnano il visitatore nella visione e lettura di una delle più interessanti collezioni di epigrafi messapiche del Salento. Infatti Alezio ad oggi è il sito dove è stato ritrovato il numero più alto di epigrafi.

La lingua messapica utilizza segni dell’alfabeto greco ed altri propri, ma lo loro esatta valenza fonetica non è stata ancora chiarita. Così come non conosciamo la lingua che quei segni rappresentano e che, dunque, i messapi parlavano e scrivevano. Infatti sono ancora assai poco note le strutture grammaticali fondamentali visto che le iscrizioni conosciute riportano per lo più nomi di persone e divinità e alcune formule di tipo cultuale. Dati insufficienti a ricostruire un’intera lingua. Anche per questi motivi il messapico è classificato dai linguisti tra le cosidette lingue di “frammentaria attestazione”.
E’ stata da alcuni linguisti supposta una stretta parentela tra il messapico e l’llirico, anche se, secondo altri, questa parentela sarebbe difficile da dimostrare.
Dopo una lunga gestazione fatta di contatti e scambi con la scrittutra greca, durante la prima metà del VI secolo a.C. intorno al 550 a.C. compaiono le più antiche epigrafi messapiche. I primi documenti epigrafi di questefasi iniziali provengono da Cavallino, Vaste, Salve, Vereto, e Alezio.

In origine l’alfabeto messapico si avvalse di un gran numero di segni derivati non solo da quelli tarantini ma anche da modelli alfabetici con cui i messapi dovettero venire a contatto grazie agli scambi commerciali tra la Grecia occidentale e l’area messapica adriatica.
Non sono state ad oggi rinvenute iscrizioni messapiche databili oltre il II sec a.C .La scomparsa di attestazioni epigrafiche messapiche si può attribuire alle conseguenze delle guerre annibaliche e quindi alla completa romanizzazione della Apulia dal 89 a.C. E’ comunque ragionevole pensare che durante e dopo questi eventi la lingua messapica si continuò a parlare e a scrivere.
Sicuramente favorì la diffusione della scrittura il sorgere di strutture cultuali nel mondo messapico. Le iscrizioni dedicatorie al dio indigeno Batas di Grotta Porcinara a Leuca, quelle del santuario tesmoforico di Monte Papalucio a Oria, la dedica sullo Zeus Keraunios (saettante) di Ugento e formule di invocazione alle divinità degli inferi Taotor e Dama nella Grotta della Poesia a Roca Vecchia evidenziano l’uso di una serie di verbi (denotanti soprattutto l’atto di offrire e porre oggetti al dio, dedicati da parte di personaggi privati), estremamente importanti per la ricostruzione dell’articolazione generale della lingua messapica.

All’interno delle tombe, sulle epigrafi, la presenza o l’assenza del “gentilizio” (nome della famiglia di appartenenza del defunto) o della persona con cui il defunto intratteneva un rapporto di parentela o sociale, non basta a stabilire se egli fosse schiavo o di condizione libera. Chi commissionava l’iscrizione tendeva ad evidenziare certi aspetti della vita del defunto piuttosto che altri, rispetto ad esigenze che a noi sfuggono.

I termini taotor e tabara, traducibili in sacerdote e sacerdotessa di una divinità, ci informano della presenza di caste sacerdotali familiari dedite alla professione di un culto. Lo schema onomastico tipico delle iscrizioni funerarie messapiche è costituito dal nome del \ della defunta , un nome al genitivo che può indicare sia un legame di parentela che di dipendenza sociale. (1)

Per dare un’idea della difficoltà di lettura e di interpretazione di questa antica lingua non ci resta che dare alcuni esempi concreti basati sulle epigrafi presenti all’interno.

Riguardo l’epigrafe che segue, ad esempio, vi sono diverse interpretazioni:
1° interpretazione: Dazihos graivahi aszartama, ossia “Sepolcro di Dazis (figlio o schiavo) di Graivas”
2° interpretazione: Dazihos gravahias zartama, ossia  “Sepolcro di Daziho(a) Gravahias”
3° interpretazione: Dazihos gravahias zarta ma,  ossia “Né (alcuno violi) il sepolcro di Daziho(a) Gravahias”.

Vi è una particolarità; la prima riga va letta da sinistra verso destra, mentre la seconda va letta da destra verso sinistra. Secondo le diverse interpretazioni date dagli studiosi, la datazione della lastra va dalla fine del IV secolo a metà del V secolo a.C.

La seguente epigrafe riporta l’iscrizione – “Stabos oballaskorrihi”.

Le interpretazioni date sono state due:
1°interpretazione: (Tomba) di Obballa (schiava,figlia) di Staboas Korres
2° interpretazione: “(Tomba) di Staboa Oballa, (moglie) di Korres”.
Questa tomba è stata rinvenuta nel 1971, con una datazione che va dal V al III secolo a.C.

 Di difficile scrittura la seguente epigrafe, di cui riporto direttamente la possibile traduzione – “(Tomba di) Artas”.

Si tratta di  un nome molto comune all’epoca tra i Messapi. E proprio un Artas è uno dei pochi personaggi storicamente attestati giunti sino a noi; si tratta di Artas “tiranno” dei Messapi citato da Tucidite. Questa epigrafe venne rinvenuta in una tomba nel 1970.

Vi inoltre un’altra interessante epigrafe che riporta – “Poldanovas” –  e che assume il seguente significato – “(Tomba di) Poldanova”, rinvenuta nel 1979. Anche su queste si sono alcune ipotesi suggestive. Secondo alcune interpretazioni potrebbe trattarsi di un teonimo (nome di divinità) derivante dal dio lidio Poldan o Poldanas corrispondente ad Apollo.
Nel Museo vi sono altre epigrafi, tra cui quella di un altro “Artas” e interessanti teche con ceramiche all’interno, facenti parte del corredo funerario rinvenuto nelle tombe. 

Alezio e i suoi tesori sono un indiscutibile richiamo per chi ama la nostra terra e vuole approfondire il suo passato; passato che altro non è che le nostre origini, le nostre radici. Molte sono le cose interessanti da visitare ed ammirare ma, appare evidente, che quello che oggi è visibile è forse ben poca cosa rispetto a quanto vi era nel passato. Come spesso accade, il passare del tempo, le mode dei tempi, l’odierna scarsa sensibilità di molti verso le tracce del nostro passato, le lungaggini burocratiche che a volte portano i privati a girare la testa da tutt’altra parte facendo finta di nulla, hanno fatto perdere molte antiche testimonianze. Ma è senz’altro vero che se vi fosse la possibilità di accedere a nuovi finanziamenti l’intero territorio di Alezio potrebbe restituire ancora interessanti sorprese e, soprattutto, si potrebbe meglio valorizzare quanto sino ad oggi rinvenuto.

 di Massimo Negro

_______

(1) Informazioni riprese dalle didascalie presenti all’interno del Museo Civico Messapico di Alezio, così come le interpretazioni sul significato delle epigrafi presenti all’interno dell’edificio

Sui Messapi all’interno di Spitte Salentine si può leggere la seguente nota:

– Lecce. Gli antichi fasti di Rudiae e il suo futuro incerto (documento che sarà aggiornato prossimamente visto che i lavori di scavo continuano e vi sono state nuove e bellissime scoperte).
https://massimonegro.wordpress.com/2012/01/08/lecce-gli-antichi-fasti-di-rudiae-e-il-suo-futuro-incerto/

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4 risposte a Alezio. L’antica Alytia messapica.

  1. franco petrachi ha detto:

    meravigliosa iniziativa per il nostro Salento…in oarticolar modo Alezio antica citta’ messapica.

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