Giuggianello. San Giovanni, la rugiada, i fanciulli e le ninfe.

Fuoco! Acqua! … Terra! Aria!

Sulla Serra di Giuggianello tutti gli elementi sembrano incontrarsi e ricomporsi nella notte che dalla vigilia porta alla festività di San Giovanni Battista.

Una notte magica in cui, secondo quanto la tradizione popolare ci tramanda, avvenivano prodigi di ogni genere, accompagnati da gesti, da movenze, da pratiche secondo antichi rituali presenti in codici incisi nell’animo umano.
Ancor prima di Dio e degli dei, quando l’uomo cercava una spiegazione a quanto avveniva, si rifuggiava tra le braccia della natura, della Madre Terra, tra i forti raggi del Sole e il tenuo pallore della Luna.

E’ una notte particolare dal punto di vista astronomico. Segna  il momento in cui il sole raggiunge il suo culmine in alto nel cielo; dal giorno dopo inizia la sua parabola discendente. Siamo nei giorni del Solstizio d’estate. Nei giorni in cui il Sole pare fermarsi in cielo.

Fuoco! Acqua!

Il Sole, simbolo del fuoco divino, entra nella costellazione del Cancro, simbolo delle acque e dominato dalla Luna, dando origine all’unione degli opposti che in queste giornate si incontrano: il Sole a simboleggiare la parte maschile e la Luna quella femminile.

Allo stesso San Giovanni Battista sono ricondotti questi simboli. Nelle pagine del Vangelo è lo stesso Battista a ricordare chi ascolta le sue predicazioni, che lui battezza con l’acqua, ma verrà chi, dopo di lui, battezzerà la gente con fuoco e spirito.

E’ la notte in cui si accendono dei gran fuochi a carattere sia propiziatorio sia di purificazione. Con il tempo e con l’affermarsi della religione cattolica e delle diverse credenze popolari ad essa connesse, questi grandi falò hanno iniziato a simboleggiare una sorta di strumento di protezione verso le streghe che questa notte volerebbero nei cieli e si aggirerebbero per i campi. Ma non era questa l’originaria funzione di queste pire.

Questi fuochi venivano in particolari posizionati sui punti più alti, come lo è la zona della Serra a Giuggiunello, e venivano accesi in onore del Sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa. Con intento purificatore e per tenere lontana la malasorte, all’interno venivano gettate le cose vecchie o, comunque, non più utilizzabili perché rotte o marce.

Ma le usanze e le antiche credenze su quanto accadeva e, in alcuni luoghi, accade tutt’ora la notte di San Giovanni, che si possono rintracciare in molti luoghi del nostro continente e intorno al Mediterraneo, sono veramente tante e ne cito solo alcune. Si usava far passare il bestiame tra il fumo dei falò, in modo da togliere le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture. Un’altra credenza vuole che si debba saltare il fuoco, immagino quando ormai sia prossimo ad essere spento, per assicurarsi di non soffrire il mal di reni per tutto l’anno, o comunque come segno ben augurante. Mentre la mattina del giorno di festa, il 24 giugno, le persone dovevano girare tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò e passarla sui capelli o sul corpo, per scacciare i mali. In altri luoghi si usava accendere delle fascine e farle rotorale lungo i fianchi dei pendii.

Ma è anche la notte dell’Acqua, rappresentata dalla rugiada. La rugiada della mattina di San Giovanni ha il potere di curare, di purificare e, in particolare, di fecondare. E le protagoniste non potevano che essere le donne.
Se una donna desiderava molti figli, doveva stendersi nuda e rotolarsi nell’erba bagnata o, comunque, bagnarsi con essa, la ragiuda, le parti intime. Questo rituale poteva servire anche per desiderare bei capelli e una buona salute. A seconda dei posti e delle usanze, in alcuni casi la ragiuda la si usava al momento sul prato, alle prime luci dell’alba del 24 giugno, in altri casi la si usava raccogliere con alcuni accorgimenti particolari per usarla in seguito. Un’altra usanza molto caratteristica era quella di lasciare stese le lunzuola, le coperte e i tappeti durante quella notte affinché si potessero caricaricare della rugiada della mattina. Quasi fossero una sorta di talismano da portare in casa.

La rugiada aveva inoltre il potere di potenziare le proprietà curative delle erbe che venivano raccolte in quella notte, dando loro un potere particolare capace di scacciare ogni malattia. Le erbe raccolte l’anno prima, sempre durante la notte di San Giovanni, dovevano essere gettate nel falò per essere sostituite da quelle nuove che sarebbero state nuovamente raccolte durante la notte e alle prime luci dell’alba.

L’accostamento della rugiada alla figura di San Giovanni è possibile rinvenirla in antichi racconti della tradizione cristiana legati proprio alla figura del Santo. Si racconta che Salomè, pentita di ciò che aveva fatto, coprì il volto del Battista di baci e lacrime, ma che dalla bocca uscì un fortissimo vento che la spinse nell’aria dove restò a vagare per l’eternità insieme alle sue lacrime (la rugiada).

Ma acqua ed erbe in questa notte hanno anche un’altra funzione. Venivano utilizzate per mettere in atto pratiche di divinazione, in particolare volte ad “indagare” sul proprio futuro amoroso e matrimoniale. E coloro che solitamente si dedicavano o richiedevano queste pratiche, erano solitamente le donne, in specie quelle in età da marito. D’altronde vi è il detto “San Giovanni non vuole inganni”, per cui non vi era miglior giorno per indagare ed interrogare il proprio futuro.

Una di queste pratiche prevedeva l’uso di un uovo di gallina bianca e un vaso o bicchiere pieno d’acqua. La donna doveva versare l’albume dell’uovo all’interno del recipiente per poi posizionare quest’ultimo sul davanzale della finestra, su un balcone o, comunque, all’esterno. L’importante è che potesse essere posto sotto il benevolo influsso della rugiada della notte. Il mattino successivo, il giorno di San Giovanni, appena levato il sole si prendeva il recipiente e, analizzandone, divinandone, il contenuto si cercava di trarre gli auspici per un eventuale futuro matrimonio. In alcuni casi si riusciva anche a capire quale sarebbe stato il mestiere del marito.

Anche le erbe venivano utilizzate in queste pratiche. Potevano essere i cardi, utilizzati per capire se la donna si sarebbe sposata entro l’anno e se il fututo marito sarebbe stato del proprio paese o “di fuori”. In alcuni casi le fave, più che altro per predirre se l’annata sarebbe stata buona o meno. L’aglio, il mangiare le lumache (considerate portafortuna per via delle corna) e tante altre usanze.

Terra! Aria!

Terra rossa e un panorama che si perde lontano. La collina di Giuggianello è anche questo. Un ambiente naturale e paesaggistico veramente incantevole. La stradina che porta su verso la cripta posta sulla sommità della Serra è sulla strada che da Giuggianello conduce a Palmariggi. Una stradina asfalta, stretta ma agevole da percorrere, che si snoda tra massi rocciosi, muretti a secco e antichi alberi di ulivo.

Dinanzi alla cripta vi è un ampio spazio rimesso a nuovo qualche anno fa; un’ottima area da utilizzare per qualche scampagnata e per fermarsi a riposare per chi affronta la salita in bicicletta. Fino a qualche anno fa la zona era completamente lasciata a se stessa. La cripta era utilizzata come discarica e l’ingresso era occupato da un albero di fico.

La cripta ha origini molto antiche. Sicuramente venne frequentata da monaci basiliani a partire dal X-XI secolo e, quindi impiegata come luogo di culto. Presumibilmente doveva essere parte di un insediamento rupestre la cui fondazione pare risalire al 953 d.C. Quanto fosse vasto e complesso questo antico insediamento non è possibile ad oggi dimostrarlo. Alcuni segni, quali la conformazione delle rocce e la presenza di presumibili aperture oggi completamente colme di terra nei pressi della cavità principale, lascia presupporre l’esistenza di altre cavità. Non resta che indagare. Da un numero veramente significativo di reperti di vario tipo trovati all’interno della cripta e nei pressi, si ritiene che la zona potesse essere frequentata sin dal Neolitico.

La cripta inizialmente adibita a luogo di culto dei monaci basiliani di rito greco, venne progressivamente trasformato in luogo di culto di rito latino, pur continuando a venerare in questo luogo San Giovanni Battista.
L’ipogeo è scavato interamente nella roccia calcarea, e si presenta con un impianto a tre navate, separate da due pilastri centrali nello scavo.

La cripta vera e propria è preceduta da un avancorpo in muratura realizzato nel XVIII secolo (si riesce a leggere quello che sembra un 1771), come si può dedurre da una data incisa sul frontespizio dell’arco d’ingresso all’esterno. Questa costruzione ha ristretto l’apertura della cripta, molto più ampia e irregolare, come si può desumere guardando dall’interno la parete ove è situato l’ingresso.

Scendendo i pochi gradini ed entrando nella cripta ci si trova dinanzi ad un piccolo altare sul quale vi è un affresco di San Giovanni.

L’affresco è stato realizzato in occasione del restauro del 1990, mentre di quella che un tempo poteva costituire l’originaria decorazione pittorica non rimane più nulla se non delle tracce sbiadite non riconducibili a nessuna figura di santo.

Queste poche tracce si trovano in particolare intorno all’attuale dipinto del santo e, quelle più visibili intorno all’altare.

Di quest’ultimo si può osservare una particolarità. Quando la cripta venne ripulita si notò che la parte centrale era cava e piena di terra. Era stata tamponata da una muratura andata distrutta da qualche vandalo alla ricerca di acchiature. L’interno venne così ripulito e svuotanto dalla terra rimanente.

Guardando ora l’interno si possono notare delle chianche, lastre di pietra, sul piano e un mattone posto di traverso sul lato sinistro dell’altare. Quasi fosse una sorta di letto sepolcrare per adagiare un corpo. Ma di questo non vi sono elementi che consentano di dare una risposta certa a questa ipotesi indubbiamente molto suggestiva.

All’interno della cavità si può notare un’altra particolarità. La navata destra è posta su un piano leggermente più rialzato dal restante piano della cavità. E’ evidente lo scalino sul terreno.

Girando intorno al pilastro si può notare che chi ha scavato la roccia ha disegnato un arco alquanto particolare. Nel mezzo e in alto l’apertura è stata volutamente allargata. Questo consente di attraversare l’arco, posizionandosi in quella direttrice ben precisa, senza dover abbassare la testa.

Ha un significato? Certezze non ve ne sono, ma c’è un’ipotesi suggestiva che mi è stata riportata. La forma che stata data all’arco, lo fa sembrare una sorta di vagina, allargata come al momento della nascita, per cui potrebbe anche essere il luogo in cui venivano celebrati i cosidetti “riti di passaggio”, di purificazione, di rinascita, simulando il passaggio a nuova vita attraverso questa apertura nella roccia.

Una sorta di porta. Infatti il Solstizio d’estate era considerato in antichità una sorta di “porta degli uomini”, accostata nella tradizione alla “porta degli dei” del Solstizio d’inverno.

Saranno altri più esperti di me ad interrogarsi su questo interessante passaggio posto un piano più rialzato, quasi fosse un ambiente gestito in modo separato dal resto della cavità. Così come è interessante il sedile ricavato nella roccia che si trova nei pressi dell’apertura.

Spostandosi nel pilastro a sinistra, lungo il lato interno posto al buio, aiutandomi con una piccola lampina ho potuto notare alcune strane incisioni nella roccia. Una sembra palesemente una croce.

Altri graffiti, secondo chi mi accompagnava, potrebbero ricordare un veliero.  Quelle che sembrano incisioni sono veramente numerose e occorrerebbe un serio intervento di pulizia dalla patina verde di muschio che ricopre la roccia per essere sicuri di quanto vi sto raccontando e, chissà, forse far venire alla luce altre sorprese.

Nel medioevo la grotta, come descritto poc’anzi, passò da rito greco a rito latino, pur continuando a venerare San Giovanni Battista. Con il passare degli anni la devozione si disperse e il luogo cadde in disuso fino a che non accadde un avvenimento miracoloso.
Il massaro della vicina Masseria “Armino”, posta all’inizio della salita lungo la strada che conduce verso la cripta, aveva una figlia la cui salute era alquanto cagionevole. Per quel che poteva la giovane cercava di aiutare la famiglia portando al pascolo le pecore proprio nei pressi della cripta. Un giorno mentre era in quel luogo con le sue pecore le apparve San Giovanni che le promise la guarigione. La promessa del santo venne mantenuta e la giovane guarì.

Il massaro, in segno di gratitudine verso il santo, si diede subito da fare per rimettere a nuovo la cripta. La notizia del miracolo si diffuse subito così si ritornò anche a celebrare le messe e, in quel luogo, ogni 24 giugno si ritornò a festeggiare San Giovanni. Il massaro, sempre grato al santo, al termine della messa offriva ai presenti vino e formaggio in segno di devozione.
Da quando l’area è stata recuperata dal Centro di Cultura Sociale e di Ricerche di Giuggianello si è tornati ad organizzare ogni anno l’antica festa di ringraziamento.

Prima di lasciare la zona, mi è stato indicato uno strano masso nelle vicinanze della cripta, intagliato e con due fuori. Forse una macina arcaica.

Purtroppo questa splendida Serra e l’intera zona che si estende tra Giuggianello, Palmariggi e Minervino, ricca di antiche tracce e presenze che vanno indietro alle nostre origini sino al Paleolitico, come nella zona del Masso della Vecchia, è sotto attacco della solita speculazione economica che nel Salento veste in questi ultimi anni molto spesso i presunti candidi panni della “green economy”, grazie ad amministratori locali compiacenti e ad una Regione politicamente collusa con queste cattive pratiche.
Pensate che, mi è stato riferito, nel piano di realizzazione dell’impianto è previsto che una pala venga realizzata a poche decine di metri dalla Cripta di San Giovanni Battista. Il tutto per ora è incagliato e speriamo che si riesca ad evitare lo scempio di una zona che per storia e tradizioni appartiene non solo alla nostra terra ma all’umanità.

di Massimo Negro
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Centro di Cultura Sociale e di Ricerche
http://www.ccsr.it/s_giovanni.html

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