Otranto. Le pietre silenti dell’Abbazia di Casole.

Lu sule ca ‘bbinchia forte ‘ncapu
Le petre caute ca te scarfene li peti
Lu giallu te lu cranu ca te inchie l’occhi
La proule ca se azza a ogni passu
E lu mare? Lu mare ‘nnu se vide de ddhru sta ‘rrivu ieu!
‘Nnu ‘bboiu ‘rrivu te ddhrute ‘rrivau tanta fede, tanta cultura … ma puru la distruzione soa!

Ci sono pietre su pietre che hanno più senso, significato di altre? E’ da oggi che mi frulla in testa questa domanda. E ancora non sono riuscito a capire se questo interrogativo sia poco sensato, o se sia difficile trovare una risposta. La propria casa ha un grande significato per ciascuno di noi, una chiesa per chi crede, gli edifici che sono o racchiudono opere d’arte … tante pietre su pietre che ci circondano e che ci ricordano dove siamo e, a volte, chi siamo. Pietre su pietre presenti nell’oggi intorno a noi ma, a volte, alcune di queste sembrano come le pareti di un gola tra le montagne. Rimbalzano echi di uomini, di fatti di altri tempi. E come la povera Eco che non riesce a ripetere per intero le frasi o le parole che giungono al nostro orecchio a volte tronche, così queste storie arrivano a noi incomplete, o a volte incomprese.  A volte non siamo attenti e le parole delle antiche narrazioni, le scambiamo per l’usuale mormorio del vento. A volte anche le pietre su pietre si stancano di parlarci, ormai consapevoli del nostro guardare altrove.

Le pietre di Casole non so se parlano. Mi sono sforzato di sentirle, di sentire i loro mormorii, di pormi in ascolto delle loro storie. Non ho sentito nulla. Forse si sono stancate di parlare, visto che non vi è nessuno che si siede tra loro per ascoltare. Pietre su pietre abbandonate da secoli, stanche di parlare a chi non le ha mai volute ascoltare. Ora mute per rassegnazione.

A Casole solitamente si arriva lasciandosi alle spalle il mare. Un mare splendido, quello della baia dell’Orte. Un mare che dà frescura in questi giorni assolati e caldi d’estate. Un mare che è stato da sempre, più che una barriera, un ponte verso Oriente. Un ponte insidioso, non sempre benevolo.

Un anello liquido di congiunzione che ha visto arrivare in questi anni le carrette piene di immigrati alla ricerca di una rinnovata speranza il più delle volte delusa, se non interrotta drammaticamente con la morte.

Ma sullo stesso mare sono arrivate le imbarcazioni dei monaci della regola di San Basilio, le cui impronte di fede e di arte vivono ancora intorno a noi. Quelle onde sono state solcate dalle navi dei Crociati diretti alla Terra Santa. “Dio lo vuole!” o forse lo voleva o, ancora più correttamente, forse nessuno si era posto il dubbio di ciò che Dio realmente volesse, perché gli interessi terreni sovrastavano quelli divini, allora come ora.

Quelle coste hanno visto attraccare navi sui cui pennoni sventolava la bandiera della mezzaluna. E così come noi “cristiani” ci macchiavamo di orrendi crimini in Oriente, allo stesso modo subivamo scorribande, incursioni e atti di inaudita crudeltà, come l’eccidio di Otranto nel 1480.

Ma io a Casole non sono giunto guardando il mare. Ho voluto seguire un antico sentiero, ho voluto calpestare le antiche pietre di cui ancora vi è traccia che univano questo luogo della memoria con Uggiano.

Casole guarda il mare, ma guarda anche l’entroterra. Posta su una collina, in alto, di cui forse non vi è percezione percorrendo la litoranea, l’antico sito volgeva lontano il suo sguardo anche verso il cuore del Salento.

Casole è l’Abbazia di San Nicola di Casole o, per meglio dire, quello che ne resta. Ma forse il solo nome non è sufficiente a spiegarci cosa questo sito rappresenti per la storia del Salento. Bisogna scavare nella storia, bisognerebbe avere l’opportunità di rovistare tra le pietre e i mattoni, bisognerebbe avere il  tempo e il modo di sedersi tra esse e invogliarle nuovamente a parlare.

Ma visto che questo non mi è stato in parte possibile, se non con fugaci visite,rivolgo la mia attenzione ai testi che sono giunti sino a noi e che raccontano la sua storia. Il più importante di questi è il cosidetto Codex Taurinensis C III 17, conosciuto come il Typicon Casulanum, altrimenti detto in breve Codice Torinese. Un autentico pilastro su cui si regge la storia di questo sito, perché proprio all’interno del suo leggendario scriptorium esso venne scritto nel 1173 ad opera dell’abate Nicola, igumeneo di Casole. Un testo che racconta le regole di vita e liturgiche a cui erano sottoposti i monaci che vi vivevano e che, grazie ad annotazioni successive, ci riporta anche il nome e le notizie degli igumeni che ressero l’Abbazia sin dalla sua fondazione.

Secondo quanto riporta il Codice Torinese, il monastero di San Nicola di Casole venne fondato nel 1098 -1099 grazie ad una donazione di Boemondo I principe di Taranto, e di sua madre Costanza, ad una comunità di monaci basiliani guidati da quello che diventerà il primo igumeneo, Giuseppe.

Ma già sulle sue origini, nel tempo, sono sorte diverse e contrastanti teorie.

Secondo una di queste la fondazione risalirebbe al V secolo ad opera di un certo Niccolò de’ Patti, detto il Niceta, vescovo nell’antica Dacia. Questa ricostruzione si basa sulla lettura del Carme XVII di San Paolino vescovo di Nola (che mori nel 431 d.C.) dove si legge:

“Te quando passi per Otranto e Lecce / virginee schiere di fratelli e insieme di sorelle / attornieranno cantando il Signore / ad una sola voce”

Per cui secondo questa interpretazione, Giuseppe ricordato come primo igumeneo nel Codice Torinese, altro non sarebbe che una sorta di restauratore di un monastero o, comunque di un sito religioso presistente.

Di una Casole già esistente prima di Boemondo ne parla il Marciano (1855):

“… l’antico monastero di San Niccolo di Casule, edificato ne’ tempi di Teodosio Imperatore da un certo Niccolò dei Patti Idruntino, cognominato Niceta, filosofo e teologo, ed uomo di grandissima dottrina ed autorità”.

Solo che nell’opera del Marciano, continuando a leggere le sue pagine, sembra evidente che ci sia qualcosa che non collimi con la storia del monastero, e con l’esatto destinatario dell’opera di San Paolino.

“Essendo egli passato dalla filosofia alla religione [il Marciano si riferisce al Niceta]… si ritirò in un suo podere … edificato quivi un monastero dell’ordine di San Basilio, e fatto Abate di quello, visse ivi soi suoi compagni da circa anni quarantacinque. Fra questo tempo per la sua dottrina e santità di vita divenuto uomo di grandissima autorità, fu soventi volte chiamato dal Sommo Pontefice, e mandato all’Imperatore di Costantinopoli, e dall’Imperatore al Pontefice per comporre le differenze, quando tra di loro nasceva qualche controversia intorno alla fede Cattolica, e di altre cose”.

Continua, attingendo a piene mani all’opera del Galateo riguardo all’impegno del Niceta nella costruzione della biblioteca e all’impegno del monastero nel diffondere la cultura ospitando “qualsivoglia persona, che desiderava d’imparare lettere greche o latine”.

Infine menziona anche San Paolino di Nola e il passo del suo inno che vi ho in precedenza riportato, preceduto dalle seguenti parole:

“ … che per la dottrina e santità della loro vita erano da tutti ammirati, come S. Paolino vescovo di Nola dice in un suo inno scrivendo ad esso Niceta …”.

Quindi secondo il Marciano, il Niceta a cui San Paolino scrive è Nicola d’Otranto detto il Niceta.

Come il Marciano anche il Casotti è della stessa opinione (1865), pur non citando alcuna fonte, e senza riferirsi al testo del santo di Nola:

“Quest’ordine dei Calogeri non giunse a Roma se non circa l’ottavo secolo; ma quei che vennero a fondare il nostro S. Nicolò di Casole vicino a Otranto erano colà arrivati fin dal quinto o sesto secolo”.

Ma ben prima di loro, Pietro Pompilio Rodotà nel 1760 nel suo “Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia osservato dai greci, monaci basiliani, e albanesi – libro secondo “ non si lascia trarre in inganno dal Carme, dimostrando di ben padroneggiarlo       .

Nella dignitàdi d’Abbate regolò ancora il mentovato monasterio il rinomato Filosofo Niccolò d’Otranto sopranominato Niceta, il quale fiorì l’anno 1201 … E’ ben celebre nella Chiesa il nome di un altro Niceta, il quale nel secolo IV sparse la luce del Vangelo nella Dacia, ed è sommamente commendato da San Paolino”.

E in effetti San Paolino di Nola si riferiva a ben altro Niceta che con Otranto non aveva nulla a che fare. Si tratta di S. Niceta di Aquileia. Di questi S. Paolino nelle sue opere ci informa che “il venerato e dottissimo vescovo venne a Roma dalla Dacia e fu meritamente ammirato dai Romani”. A Roma, venne almeno due volte, nel 398 e nel 402 e fu anche a Nola a visitare il sepolcro di S. Felice e l’allora santo sacerdote Paolino (vescovo nel 409). Questi, dopo la prima visita, dedicò a Niceta che partiva un carme d’accompagnamento in ottantacinque strofe saffiche; il Carme XVII a cui erroneamente si riferisce il Marciano.

Mentre il De Giorgi, che sicuramente conosceva le opere del Marciano e del Casotti che lo hanno preceduto (“di questo famoso cenobio hanno parlato tutti gli scrittori di Terra D’Otranto”) da credito a quanto riportato nel Codice Torinese citando il lavoro del Diehl del 1886 – “Le Monastère de S. Nicolas di Casole près d’Otrante d’après un manuscrit inedit” – e il lavoro del De Simone che con la collaborazione di Stampacchia stava lavorando sull’antico manoscritto.

Infine, anche se scrisse ben prima di tutti (siamo nei primi del ‘500), vi è il Galateo con il suo “Liber de situ Iapygiae” a cui in molti e  in particolare il Marciano ha attinto per descrivere il perché della notorietà del sito. Il Galateo nella sua fondamentale opera cita il filosofo Nicola d’Otranto, che divenne abate di Casole con in nome di Niceta

“… spesso si recava dal sommo pontefice all’imperatore e da quello al sommo pontefice per mediare le rispettive posizioni quando tra il pontefice e l’imperatore insorgeva qualche motivo di dissenso riguardante o l’ortodossia della fede o altro argomento …”.

Nella sua opera non fa menzione del fatto che il Niceta potesse essere il fondatore del sito, né del periodo storico in cui esso visse. Vi è solo un generico riferimento a “quando ancora esisteva la reggia di Costantinopoli”; quindi si parla di fatti genericamente accaduti prima del 1453, quando i turchi conquistarono Costantinopoli.

Per avere maggiori ragguagli sul periodo storico a cui si riferisce il Galateo, dobbiamo andare a scovare un altro testo, un’epistola indirizzata al papa Giulio II, nel quale lo dice contemporaneo di Innocenzo III, per conto del quale si recò più volte in Oriente nel tentativo di ricomporre lo scisma tra le due chiese. Tra l’altro nel corso di uno di questi viaggi, nel 1207 il Niceta portò ad Otranto un esemplare della Donazione di Costantino custodito nell’archivio imperiale.

E’ evidente che il Marciano, e coloro che si solo a lui succeduti seguendo il suo percorso di lettura e di analisi sulle origine dell’abbazia,  interpreta male sia San Paolino sia lo stesso Galateo, di cui sono evidenti le somiglianze con il suo testo.

Da questa sorta di prova incrociata e di coerenza tra i diversi testi, ad oggi non vi sono fatti documentati che possano mettere in dubbio quanto riportato dal Codice Torinese. E’ probabile che il Marciano e gli altri quando hanno scritto le loro opere non conoscevano, o conoscevano parzialmente il Codice Torinese.

Potrebbero averlo letto e, forse male interpretato, visto che questo testo era ben conosciuto da Antonio Arcudi, arciprete di Soleto, che ne utilizzo diverse parti per comporre nel 1598 un suo scritto dal titolo Nuovo Antologion. Non si tratta del Codice Torinese, ma di una sua copia redatta circa trent’anni dopo la scrittura del primo.

Più recentemente anche il Prof. Arthur dell’Università del Salento ha dichiarato di propendere per la tesi della restaurazione da parte dell’igumeneo Giuseppe, più che per quella della fondazione. Questo anche in virtù di alcune indagini archeologiche condotte nella zona che hanno portato ad identificare del materiale ceramico databile in un epoca antecedente a quella raccontata nel Codice Torinese.

Essendo stato di recente a Casole, e non avendo visto traccia di nessuna indagine approfondita, ma solo erba e sterpaglia, da parte mia penso che, parafrasando un comune detto, una ceramica non fa un monastero. E’ probabile, vista la posizione del sito che guarda dall’alto sia verso Oriente che verso l’entroterra, che fosse abitato ancor prima che l’Abbazia fosse eretta. Potrebbe anche darsi che in quel luogo vivesse una comunità di monaci, coloro che divennero i destinatari della donazione di Boemondo. Ma in assenza di indagini serie che riportino alla luce resti di fondazioni murarie più antiche, e sempre che l’azione dei contadini nel corso dei secoli non abbia divelto ogni traccia di un eventuale passato ancora più remoto, quanto attestato dal Codice Torinese ad oggi non è ancora possibile confutarlo.

Prima di giungere a descrivere quella che doveva essere la vita che i monaci svolgevano e cosa accadde dopo la distruzione da parte dei Turchi, non mi resta che affrontare un altro quesito che ruota intorno alla fondazione dell’Abbazia e, in particolare, provare a capire con l’aiuto del supporto documentale in mio possesso, chi fosse questo Nicola d’Otranto detto Niceta che in alcuni testi viene indicato come il fondatore del sito o, comunque citato come un abate di primo piano di Casole.

Per giungere ad avere maggiori ragguagli non resta che rivolgere l’attenzione alle pagine del Codice Torinese; ovviamente non avendolo a portata di mano e soprattutto non conoscendo il greco mi sono d’aiuto le cosidette “Lettere Casulane” scritte dall’abate Cozza Luzi e indirizzate ad un salentino, il Cav. Avv.  De Simone.

Questo insieme di lettere altro non è che un resoconto che l’abate faceva al De Simone man mano che analizzava il Codice, ponendo i risultati del suo studio in comparazione con altri testi, il più delle volte per dimostrare che questi non avevano ben compreso o riportato la storia di Casole. Tanto più che il lavoro del Cozza Luzi appare il primo tentativo di produrre un quadro di analisi sistematico di quanto riportato nel Codice.

A fornire le indicazioni utili è una composizione in versi presente tra le pagine del Codice e che racconta dei primi sette igumenei.

Come già scritto il precedenza, il primo igumeneo fu Giuseppe e come tale viene chiaramente indicato nei versi che seguono:

“Gloriam in coelis indeficientem obtines, postquam primus extruxisti hoc sanctificatum templum; et quoque hoc sepulcrum continent exuvias tuas, unde Joseph tribuis omnibus sanationes”

Questi versi non solo dichiarano Giuseppe come “primus” fondatore, costruttore della Chiesa, ma ci raccontano anche della sua santità e di prodigiosi eventi di guarigione (sanazione). Di lui come dei due abati successori, anch’essi venerati come santi, Vittorio e Nicola.

E sotto quest’ultimo, Nicola d’Otranto, che viene redatto il Typicon conservato a Torino ed è  sempre sotto quest’ultimo che Pantaleone, ritenuto un monaco di Casole, creò quell’incredibile ed inestimabile opera allegorica che è il mosaico che ancora oggi si può ammirare nella Cattedrale di Otranto.

Fu quindi questo Nicola d’Otranto,terzo abate di Casole, il Niceta a cui lo stesso Galateo si riferisce, o a cui si riferiscono altri studiosi salentini?

Secondo il Cozza Luzi che, oltre a studiare il Codice, si diede da fare a confrontare ed analizzare altri testi, i nomi e le date riportate nel Codice non coincidono con quanto riportato dai diversi autori che lo hanno preceduto nel raccontare la storia di Casole. In particolare, riguardo l’attività diplomatica che viene riferita a Nicola d’Otranto, a suo avviso, si tratterebbe di un altro abate conosciuto con il nome di Nettario e che fu il settimo igumeneo a reggere il sito monastico. Nettario, l’autore dei versi sulla storia casulana degli abati riportata nel Codice.

Allora chi fu questo Niceta raccontato dal Galateo e a seguire da altri? Il Cozza Luzzi scrive nelle sue Lettere Casulane, “giacché degli Abati Casulani nel secolo XIII abbiamo la serie non interrotta, la quale non dà luogo a Niceta”. Il mistero dunque rimane.

Ma l’importanza del Typicon risiede in particolare sulle regole in esso presenti che regolavano la vita dei monaci nei diversi periodi dell’anno. Dalle preghiere, alle funzioni religiose ai digiuni, dal 1 settembre al 31 agosto, per come era organizzato l’anno bizantino.

Digiuno obbligatorio nei giorni dispari di ogni settimana, ad eccezione di particolari solennità. Si digiunava anche nelle vigilie di Natale, dell’Epifania e della Pentecoste. Nel giorno della Santissima Annunziata, dopo la messa, i monaci si riunivano nella navata della chiesa, e non nel refrettorio, per consumare il pane  benedetto. Durante la Quaresima i monaci potevano mangiare soltanto pane e fave cotte nell’acqua, mentre il Venerdì Santo il digiuno era assoluto. Il cibo era quello che il monastero poteva produrre o comunque acquistare in loco. Pasti frugali e qualche alimento era proibito come carne, formaggio e uova.

Nel refettorio occorreva far silenzio e, finito di mangiare, il monaco doveva tornare nella sua cella a pregare e a studiare. Fuori dal monastero i monaci dovevano camminare a testa bassa quale simbolo di umiltà e camminare esclusivamente a piedi. Non potevano arricchirsi né avere la possibilità di avere servi, come non era possibile neanche per lo stesso monastero. Tutti i servizi e i lavori necessari per la conduzione del sito dovevano essere svolti dagli stessi monaci.

Un riguardo particolare era riservato ai monaci pescatori che, in virtù del lavoro pesante da loro svolto, erano dispensati dai digiuni; anche se vi è traccia che questa dispensa non venne concessa da tutti gli abati.

Infine vi era la grande bibblioteca. Le parole che utilizza il Galateo sono di incredibile suggestione e nulla voglio aggiunger di mio:

“Qui viveva una numerosa comunità di monaci basiliani, assolutamente meritevoli di venerazione,istruiti tutti nella conoscenza delle lettere greche e moltissimi anche in quella delle lettere latine, che offriva all’esterno un’eccellente immagine di sé. A quanti volessero apprendere le lettere greche, essi assicuravano la maggior parte del vitto, un insegnante e ospitalità senza richiedere alcun compenso. In tal modo si sosteneva lo studio del greco e si alimentava la comprensione della cultura greca …”

“Egli [ndr. Nicola d’Otranto], senza badare a spese,costituì in questo cenobio una biblioteca che raccoglieva ogni genere di libri,quanti ne poté rintracciare per tutta la Grecia [ndr. si riferisce ai suoi viaggi da delegato]”.

La biblioteca, e i libri in essa contenuti, venne distrutta dai Turchi e, per uno strano scherzo del destino, le memorie e i documenti che sono giunti intatti sino a noi si debbono in particolare ad un cardinale, Bessarione, che non disdegnò di fare incetta di libri dell’abbazia; qualcuno ritiene persino che tale azione debba considerarsi quasi un furto, ma anche se così fosse stato, è grazie a quel “furto” che antichi testi sono giunti sino a noi.

Infine giunse quell’agosto del 1480. Casole venne distrutta e Otranto venne occupata e compiuto il tremendo eccidio di coloro che vennero poi definiti “martiri”. Cosa accadde in quei giorni a Casole non è riportato in nessuna cronaca. Il Laggetto nella sua Historia ci dice che venne trasformata in una sorta di base logistica per le truppe e utilizzata come ricovero per i cavalli.

Casole venne distrutta ma non completamente rasa al suolo. Sicuramente distrutta nella sua essenza e da lì non si ebbe più a riavere. Ma non dal punto di vista strutturale. Infatti chi oggi guardando quel che resta della chiesa pensa che siano i resti di ciò che rimane dell’azione dei turchi sbaglia.

Nel 1527 il papa Clemente VII diede disposizione affinché la chiesa venisse riparata e nuovamente utilizzata per il culto. E di quanto fatto ne abbiamo indirettamente un riscontro grazie al resoconto di una visita pastorale svoltasi nel 1538 dall’arcivescovo di Otranto Antonio De Capua, dove si attesta che ivi si poteva ascoltare messa e che vi era la presenza dell’abate e di alcuni monaci.

Ma il destino di Casole era ormai segnato, anche a causa del deciso processo di latinizzazione che portò i monaci di rito greco ad abbandonare la Puglia. Nel corso di un’altra visita pastorale, siamo nel 1607-1608 l’arcivescovo del tempo, Lucio Morra, constata che la chiesa era ridotta ad un vero scempio e che non c’erano più monaci, ad eccezione dell’abate. Nonostante questo la chiesa era ancora strutturalmente intatta.

Nel 1665 venne effettuato un inventario analitico da parte del notaio Carlo Pasanisi. La chiesa è ancora presente e consta di un grande cortile interno. Il Pasanisi relaziona che la chiesa è munita di tutte le cose comunemente necessarie per un corretto funzionamento. Ma ciò che impressiona maggiormente il notaio è la grandissima quantità di pietre provenienti da antichi edifici ormai andati distrutti, sparse in ogni dove intorno all’edificio sacro. Casole rinacque come chiesa ma non più come monastero e men che meno come centro di sapere e di cultura. La sua grande biblioteca era definitivamente scomparsa e tra i resti degli  antichi edifici circolavano greggi di pecore. Ormai era stata trasformata in ciò che è tutt’ora: una masseria.

Nel 1804 la chiesa viene descritta come pericolante e priva dell’arredo sacro essenziale, e classificata come chiesa rurale. Oltre all’altare maggiore, erano ancora presenti all’interno l’altare dedicato a San Nicola e un altro dedicato a San Basilio. Veniva ancora celebrata messa ma da chierici che non risiedevano più all’interno del sito.

Verso la fine dell’800 vi giunge il De Giorgi che dà la seguente descrizione del sito:

“La chiesa è in uno stato miserevole perché ridotta a deposito di fieno e di attrezzi rustici; sicché di quelle antiche pitture fra non guari scompariranno affatto, e dell’antico cenobio non resterà altro che il nome”.

In effetti quando il De Giorgi visita il sito era ancora possibile ammirare dei frammenti di pitture. Un San Nicola senza ormai la faccia, con ai lati due figure che rappresentano i santi medici Cosma e Damiano. Un San Leonardo (dipinto nel 1572 grazie ad un iscrizione che identifica la devota che lo ha fatto realizzare). Infine un San Basilio, fondatore e protettore dell’ordine.

Alcuni scrivono che di questi affreschi ormai non vi è più traccia, ed in effetti è vero; ma a ben guardare alcune flebili tracce ancora oggi sono presenti nella parete che guarda a sud dove, secondo le indicazioni del De Giorgi doveva trovarsi l’altare di San Nicola.

Oggi rimane ben poco dell’antico splendore di Casole. Un fascio di colonne che bellissimo svetta verso il cielo quasi a perdersi in esso, ci dona un frammento della maestosità diruta dell’antico complesso.

Le pietre di Casole ormai non parlano più. Si può solo sperare che, pur essendo un sito privato, chi ha le competenze e l’autorità si prenda prima o poi cura di questo luogo.

di Massimo Negro

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L’impegno per scrivere questa nota è stato notevole. Sia per le foto sia per quanto concerne le informazioni in essa riportate. Mi scuso per le imprecisioni che sicuramente vi saranno, ma nonostante tutto devo dire che mi sono divertito ed appassionato a leggere i vari libri che cito all’interno, cercando di porli nella giusta sequenza. Di aiuto mi è stato il libro del Daquino,nel darmi un filo logico e nel farmi porre le “giuste”domande. Fondamentale anche il libro curato da Muci che riporta le famose lettere del Cozza Luzi indirizzate al De Simone; sono riuscito a trovarlo recandomi direttamente a Melpignano presso la casa editrice Amaltea. Il De Giorgi, il Marciano e il Galateo erano già in mio possesso, mentre il testo del Rodotà è disponibile in versione elettronica su internet.

La storia di Casole è ben più ampia di quella che vi ho scritto e, ritengo, che molto ancora si possa e si debba scrivere.

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Fonti:

– Bizantini in Terra d’Otranto San Nicola di Casole – Cesare Daquino – Capone Editore 2011

– Guida al carteggio di L. G. De Simone con le Lettere Casulane di G. Cozza-Luzi – Mario Muci – Amaltea Edizioni 2006

– La Provincia di Lecce. Bozzetti. Vol.II  (1888) – C. De Giorgi – Congedo Editore 1975

– Liber de situ Iapygiae (1507 – 1509) – Antonio De Ferrariis Galateo – Congedo Editore 2005

– Descrizione Origini e Successi della Provincia D’Otranto (1855) – G. Marciano – Congedo Editore 1996

– Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia osservato dai greci, monaci basiliani, e albanesi – libro secondo – Pietro Pompilio Rodotà 1760

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3 risposte a Otranto. Le pietre silenti dell’Abbazia di Casole.

  1. tina rizzo ha detto:

    tutto il mondo dovrebbe essere grato alla terra che ha propagato la cultura ……

  2. Vincenzo ha detto:

    Complimenti, Lei ha fatto ciò che volevo fare da anni e… non sono ANCORA riuscito a fare.
    P.s.: nella bibliografia, a mio modestissimo parere, manca http://lucianopagano.wordpress.com/2006/06/02/fuga-dalla-babele-della-storia-lo-scriba-di-casole-di-raffaele-gorgoni/ o è un’assenza voluta dall’autore?

    • Massimo Negro ha detto:

      Gentile Vincenzo, La ringrazio per i complimenti. Non è stato facile scriverla, soprattutto per il corredo fotografico. Riguardo la Sua segnalazione, conosco molto bene il libro di Gorgoni, mentre non ho il piacere di conoscere il blog che mi segnala. Non appena mi sarà possibile lo visiterò molto volentieri. A presto

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