Gallipoli. Una gita a Sant’Andrea sull’isola del faro.

Da ragazzino avevo un mio, come descriverlo, “strumento meteorologico” personale. Personale si fa per dire, ma indubbiamente lo sentivo come tale e mi bastava guardarlo per capire o per far finta di capire come sarebbe stata la giornata.
Aveva un limite, funzionava solo d’estate o, per essere più precisi, per me era possibile vederlo solo d’estate. Veramente ne aveva anche un altro di limite, le sue notevoli “dimensioni”; non era in casa e mi toccava uscire per poterlo controllare. Ma lo facevo volentieri. La mattina prima di scendere in spiaggia, raccoglievo le “ordinazioni” da mia madre e mi recavo a fare la spesa alla Carmelina, un alimentari quasi all’inizio del corso di Lido Conchiglie. Allungavo di qualche decina di metri e salendo le scalette dell’aeronautica davo uno sguardo al mio “strumento meteorologico”.

Se riuscivo a mala pena a distinguerne i contorni sarebbe stata una di quelle giornate di scirocco che, come dicevano i più grandi, “puru l’aria te se ‘ncoddha susu”. Se viceversa i contorni erano nitidi, anzi se pareva che qualcuno dotato di forza sovraumana l’avesse avvicinato alla spiaggia per quanto chiaro si riusciva a vedere, allora sarebbe stata una giornata di tramontana. Forse anche calda, ma per lo meno avrebbe permesso ai grandi di dire “aahh! osci se respira!”. Se il mare fosse stato agitato con onde alte da renderlo difficoltoso alla vista, allora non c’era da sbagliarsi, sarebbe stato vento di ponente, corrente forte,  il che significava porre molta attenzione a quando si entrava in acqua per non rischiare di perdere contatto con la sabbia.

Il mio “personale strumento meteorologico” era l’Isola di S’Andrea.

Affidabile? Non lo so, ma in fin dei conti lo era quanto bastava per far finta di essere un vecchio lupo di mare.
Ma l’Isola era anche altro. Come tutte le cose lontane e difficili da raggiungere (mai avuto nella mia compagnia un amico con papà dotato di barca) diventava anche oggetto di fantasie delle più disparate. Racconti di famelici squali e altre creature marine.

Una volta, ma eravamo già più grandicelli, avevamo anche pensato di raggiungerla con il pattino. Da Lido Conchiglie. Sarebbe stata una traversata niente male. Non si è fatto niente, ma non ricordo cosa ci siamo detti allora. Provando a tornare indietro con la memoria, i motivi li posso anche presumere. Primo motivo, i soldi sempre scarsi a nostra disposizione; ci sarebbe costato una fortuna. Secondo motivo, forse il principale, la caterva di “mazzate” che avremmo preso se fosse successo qualcosa o se fossimo mancati per troppo tempo da casa.
La possibile stanchezza o il pericolo nell’essere in mare aperto? Ma va là. Erano gli anni in cui in modo abbastanza incosciente non ci ponevamo limiti, pensa te se pensavamo alla stanchezza della pedalata marina. Ci sparavamo quasi quattro ore sotto il sole per raggiungere Porto Cesareo su delle normalissime bici senza marce e per poi far ritorno a casa. Altro che stanchezza! Non ci passava di certo per la testa.
A ripensarci sarà stata propria la paura di eventuali ritorsioni da parte dei nostri genitori. A far tardi nel tornare da Porto Cesareo o dalla Palude del Capitano la scusa del tipo “qualcuno di noi ha bucato” poteva sempre reggere, anche perché i miei genitori non frequentavano i genitori dei miei amici. Ben altra situazione sarebbe stata quella di veder tuo figlio arrivare davanti casa accompagnato da una macchina della Capitaneria di Porto di Gallipoli, con un tipo in divisa che spiega ai tuoi genitori di averti ripescato alla deriva da qualche parte. Non è esattamente la stessa cosa.
Comunque, come scrivevo poc’anzi, non se ne fece nulla.
E non si è fatto nulla sino a qualche anno fa, sino a quando con mio fratello e mia moglie abbiamo affittato una barchetta a Gallipoli, nell’insenatura del Canneto, e finalmente ci ho messo piede. Wow! E’ stato un po’ come sentirsi un novello Colombo che mette per la prima volta piede nelle sue Indie.
Ormai grande ma, vi posso assicurare, l’emozione è stata comunque tanta.

Le foto che vedrete seguendo il link al video sono state scattate in quell’occasione. Sono su pellicola e sono state scansite per renderle fruibili e caricabili sul computer. La foto dall’alto dell’isola è stata scattata l’anno scorso durante un volo in ultraleggero.

http://www.youtube.com/watch?v=seKROYELDME

Che dire. Buon divertimento!
______________

Un po’ di note sull’Isola di S’Andrea.

L’isola di Sant’Andrea, si estende per circa cinque ettari e dista poco più di un miglio dal centro storico della cittadina salentina di Gallipoli. È completamente pianeggiante e la sua altezza massima non supera i tre metri. Molto probabilmente questa sua morfologia la porta ad essere spazzata dal mare in caso di forte vento, per cui vento, mare e sale la rendono poco adatta ad ospitare un’abbondante vegetazione. Nessuna traccia di macchia mediterranea, come è presente sulla costa, o di erba o arbusti alti. Ma abbondanti tracci di sale in ogni dove, dovuto all’evaporazione dell’acqua marina. Per questa ragione i Messapi la chiamavano Achtotus (Terra Arida). Con questo nome compare ancora su alcune cartine al tempo del Regno di Napoli.

Sull’Isola le costruzioni presenti sono pochissime. Alcuni manufatti del periodo bellico, il grande faro e una costruzione denominata “stazzu” che significa stazione dove è probabile che li stazionassero i pescatori per ripararsi dalle intemperie improvvise o dal forte sole nelle giornate di pesca.
Il nome mutò in S’Andrea nel 1591 molto probabilmente per un cappella dedicata al santo che fu costruita sull’Isola.

Dalle notizie raccolte pare che in passato l’isola fosse usata dagli abitanti di Gallipoli per pascolare le greggi, che venivano trasportate tramite imbarcazioni. Si diceva che la corta erba che cresceva spontanea sull’isola, migliorava la qualità ed il sapore delle carni del bestiame.


Nel 1866 sull’isola venne costruito il grande faro. Sull’isola viveva il fanalista e la sua famiglia. Ai figli l’educazione scolastica veniva impartita da una maestra che veniva ogni giorno accompagnata dai pescatori per provvedere alle quattro ore obbligatorie previste dalla legge.

Pare che per l’abbondante sale marino che era possibile trovare nelle conche dove l’acqua evaporava, ai gallipolini fosse consentito rifornirsi di sale. Questo finché la produzione e il commercio di sale non divenne oggetto di monopolio statale. Da allora ci furono dei finanzieri a controllare che non avvenissero traffici illeciti.
L’isola, oggi completamente disabitata. L’area rappresenta l’unico sito di nidificazione del versante ionico ed adriatico d’Italia della specie di gabbiano corso e costituisce un luogo botanico di elevato valore scientifico. L’isola è stata riconosciuta quale habitat naturale di importanza comunitaria, è stata individuata come area naturale protetta da una legge regionale della Puglia del 1997, ed è stata inoltre qualificata di particolare interesse storico e artistico con nota del Ministero per i beni e le attività culturali.
Il faro è rimasto in attività fino al 1973, poi dopo lunghi anni di abbandono e dopo un intervento di ristrutturazione da parte del Ministero della Difesa è tornato attivo nel marzo del 2006. Qualche anno fa, un vecchio gallipolino mi diceva che il vecchio faro era molto più potente e che la sua luce entrava dalle finestre nelle case di Gallipoli Vecchia.
Da qualche anno non è più possibile l’approdo se non previa autorizzazione delle autorità competenti e per motivi di studio.

di Massimo Negro

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11 risposte a Gallipoli. Una gita a Sant’Andrea sull’isola del faro.

  1. Maria Greco ha detto:

    SEMBRA UNA FIABA , MA SO CHE E’ TUTTO VERO PERCHE’ NELLA NARRAZIONE TRASPARE L’EMOZIONE CHE SOLO SE HAI PROVATO SENTIMENTI COSI’ INTENSI PUOI TRASMETTERLA AL LETTORE:obiettivo raggiunto, complimenti davvero

  2. Roberto ha detto:

    Solo una precisazione: il faro e’ sempre stato in attività’ , recentemente e’ stato ristrutturato e alimentato ad energia solare. Tra l’altro mio bisnonno ne era il fanalista quando non era ancora automatico
    Ciao

  3. nello marti ha detto:

    caro massimo la storia e’ bellissima e ci accomuna tutti. una piccola precisazione, l’isola e’ di 50 ettari non di 5 come spesso viene riportato. cari saluti nello marti

  4. dyna ha detto:

    complimenti!bellissimo racconto e stupenda descrizione dell’isola di santa andrea.Quando mi capita di fare il giro della città vecchia(gallipoli) è un’emozione unica vederla anche se in lontananza.

  5. Massimo Negro ha detto:

    Sig.ra Dyna mi contatti alla mia mail negromassimo@gmail.com, così mi racconta meglio il tutto. Grazie

  6. Antonio Serafino ha detto:

    Ciao sono Antonio da bari mi fa molto piacere pensare che molti gallipolini siano tanto affezionati all’isola pur non avendo avuto l’opportunità di esserci vissuto. Ebbene io ci sono vissuto e per ben 10 anni dal 1960 al 1970 e posso assicurarti che è stata l’esperienza più bella e cara delle a mia vita.

  7. dyna ha detto:

    Ho riletto con piacere quest’articolo…quanta nostalgia di Gallipoli che ho!per motivi abbastanza seri è da agosto che ne sono lontana!se tutto andrà bene…la rivedrò a fine agosto o settembre!vorrei ringraziare il signor Massimo che con il suo sito e i suoi articoli mi fa sentire meno la mancanza!Ultima cosa:è da un po’ che non mi arrivano più notifiche…è normale!

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