Borgagne. La cripta di San Nicola o del Trappeto Vecchio.

Molte visite come quella che vado a raccontare sono state ispirate da un libro che rappresenta una sorta di bibbia laica sugli insediamenti rupestri nel Salento. Mi riferisco a “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, curato dal Fonseca con i contributi del Bruno, Ingrosso e Marotta. Una sorta di “guida”, mi scuso per il termine indubbiamente riduttivo dell’opera visto il suo indubbio spessore e valore, nel mio girovagare nelle campagne e nei centri abitati della nostra terra.

All’inizio del mio percorso, mi era balenata l’idea di visitare tutti gli insediamenti magistralmente descritti in questo libro che, scritto verso il finire degli anni ’70, ancora oggi risulta di grande attualità e robustezza storica e di contenuti. Quest’oggi nell’accingermi a scrivere questa nota, ho sfogliato le pagine e l’indice e la cosa mi ha dato non poco da pensare. Il  primo pensiero è stato su quanto ancora resta da visitare nonostante mi sia recato in non pochi luoghi del Salento; per cui il proposito iniziale è ancora ben lontano dall’essere realizzato. Ma soprattutto mi ha fatto pensare all’abbondanza di luoghi e di siti di interesse storico presenti tra noi, alcuni dei quali recuperati e valorizzati, molti ancora in stato di abbandono o in alcuni casi dimenticati.

Un libro che sembra una sorta di inventario delle ricchezze a nostra disposizione, ma che inesorabilmente non riusciamo a valorizzare.

Alla categorie dei siti caduti nel dimenticatoio appartiene la cripta di San Nicola a Borgagne, frazione di Melendugno, detta anche del Trappeto Vecchio perché nelle immediate vicinanze,scavato nello stesso costone roccioso, vi è un antico trappeto ormai da tempo in disuso.

La visita al sito è stata effettuata un bel po’ di tempo addietro e di questa, con una sorta di colpevole ritardo, mi accingo a scrivere solo ora. Quasi come se questa sorta di oblio che circonda alcuni luoghi abbia influenzato anche la pubblicazione di questa. Spero ora di correre validamente ai ripari.

La cripta e l’antico trappeto si trovano all’interno di area che doveva essere molto suggestiva nel passato. Suggestione in particolare paesaggistica della quale rimane solo qualche flebile traccia visto che ora l’area, di proprietà privata, è in buona sostanza inglobata nelle pertinenze di alcune vicine abitazioni. Posto sul declivio di una piccola altura che guarda a questo borgo del Salento, si apre quello che sembra un ampio ma poco profondo canalone (il terreno all’esterno della zona trattata è evidentemente sopraelevato), all’interno del quale, scavate nel costone sinistro (stando rivolti verso il centro di Borgagne), si trovano due cavità di indubbio interesse storico nonostante i segni evidenti del degrado. La posizione sopraelevata e la conformazione del terreno, che lascia presagire un più agevole utilizzo dell’acqua piovana, doveva costituire un sito di indubbio richiamo per la comunità religiosa che ivi si andò ad insediare.

Riuscire ad individuare il sito non è stato propriamente facile perché avevo come indicazione un generico “appena usciti da Borgagne, in direzione Martano” letto su degli atti congressuali degli anni ’70. Chiedendo a delle persone anziane che avevo trovato in piazza, la prima volta mi sono ritrovato a cercare intorno ad una masseria in via di ristrutturazione, un po’ lontano dal centro abitato, che non aveva niente a che fare con il sito che cercavo. Tornato in piazza sono tornato alla carica con un altro gruppo di anziani, che a loro volta hanno richiamato altre persone affinché sentissero  quello che avevo da chiedere, finchè uno di loro si è ricordato di una zona di Borgagne ove poteva trovarsi quello che cercavo. E in effetti, dopo aver girovagato un po’ tra gli uliveti, sono infine riuscito a trovare il luogo.

Il sito è particolarmente significativo, non tanto per gli affreschi che sono andati ormai persi, con alcune eccezioni di cui dirò nel prosieguo, quanto per la particolarità della vicinanza tra il luogo di preghiera di origine basiliana, la cripta, con quello di lavoro della comunità, il trappeto. Anche se non è detto che l’epoco di utilizzo della seconda cavità come trappeto, sia la stessa in cui furono presenti i monaci basiliani.

Il De Giorgi dà testimonianza di questo luogo nei suoi “Bozzetti” (la visita a Borgagne è del luglio 1887):

“… Sulla via che da Borgagne mena a Martano, si trovano ancora le ultime vestigia di una Laura basiliana …. Nel mezzo della Laura esisteva la chiesa cripta, scavata come la Laura nel sabbione tufaceo, e sciupata orribilmente, specialmente nelle pitture che ne decoravano le pareti. Le immagini dei santi furono in parte scrostate, in parte incalcinate e a mala pena si riconoscono qua e là i frammenti delle pitture. E’ difficile quindi pronunziarsi sull’età di questi dipinti; ma da quel po’ che si vede non li crediamo anteriori al XIII secolo. La cripta era illuminata dalla luce che entrava per la porta e da un foro aperto in mezzo alla volta pianeggiante. Oggi  è un ricovero per le pecore e la dicono volgarmente  il trappeto. E di fatto una parte della laura fu convertita in frantoio, che poi fu smesso ed oggi è rovinato. La cripta era dedicata a S.Nicola.”

L’importanza del sito è da mettere in correlazione con la presenza di un’altra cripta che il De Giorgi dichiara trovarsi dinanzi alla chiesa parrocchiale. “Una bellissima cripta con santi greci dipinti a fresco sulle pareti. Nel 1860 fu vandalicamente interrata per formare una piazza dinanzi alla parrocchiale”. Il De Giorgi quindi non ha modo di visitarla visto che il suo “viaggo” ebbe luogo circa 30 anni dopo e molto probabilmente riporta nel suo libro una descrizione del sito fornita da gente del luogo (1).

Inoltre la storia di questo sito, ma anche dell’intero borgo, è da correlare con la storia dell’antica e ormai distrutta Abbazia di San Nicola di Casole a Otranto. Il territorio di Borgagne rientrava tra i possedimenti della potente abbazia di rito greco, a cui doveva le decime.

Nei primi del novecento Alba Medea si recò a Borgagne e racconta nei suoi scritti della sua visita alla cripta di San Nicola, dando poca importanza alla vicina cavità, alla quale accenna brevemente, descrivendola come un rifugio per pecore e deposito per arnesi campestri. Secondo Medea gli affreschi ancora presenti all’interno della cripta si potevano datare intorno al XIV secolo, pur aggiungendo un punto interrogativo accanto a tale data. Quindi riferibili ad un’epoca più tarda rispetto a quanto scrive il De Giorgi.

Lo stesso Fonseca, nel libro da lui curato (siamo verso la fine degli anni ’70), riporta la pianta della cripta di San Nicola e la descrizione di quanto rimane degli affreschi, “solo lebili tracce”.

L’entrata della cripta, ad arco, presenta un perimetro irregolare, sicuramente rimaneggiato o per meglio dire danneggiato dopo che i monaci abbandonarono il sito; infatti sul lato destro è possibile notare come una porzione di affreschi sia andata persa da questa sorta di “allargamento” irregolare dell’apertura di ingresso.

Sulla parete a sinistra, entrando all’interno della cavità, è possibile notare un San Nicola del quale, secondo il Fonseca,  si intravede soltanto la sagoma del volto e il nimbo. Quando la Medea visitò il sito scrisse che “sono ancora visibili, il libro, la stola crociata ed il manto rosso con ampio bordo decorato”. Guardando la foto che segue, alcune delle decorazioni pittoriche riferite dalla Medea sono visibili tutt’ora.

Sul lato sinistro non vi sono altre tracce significative di affreschi. Mentre il lato destro si presenta più variegato. Infatti nello scavo sono state ricavate tre rientranze, con tracce evidenti  di sedili. Nella prima rientranza, quella adiacente all’arco di ingresso, si nota la presenza di quello che sembra un dittico. Come scrive il Fonseca, in questi termini ne riferiva il Gabrieli, che aveva individuato i Santi Cosma e Damiano da quel poco che flebilmente appariva sulla parete. Per il Fonseca restavano visibili solo parte degli abiti e i resti di un cartiglio con iscrizione latina, di cui erano rimaste poche sillabe. Oggi si intravede ancora meno.

Nella seconda rientranza non vi è traccia di affreschi, ma è ben evidente il sedile.

Mentre nella terza di intravede una figura di cui resta ben poco.

Di questa sembra possibile individuare una mano che regge un rotolo, forse un cartiglio, visto che sembrano essere presenti delle lettere greche. Compare anche una seconda mano, più in alto che pare reggere un libro.

L’affresco è notevolmente compromesso anche a causa di un forno a legno, di manifattura recente, costruito con conci di tufo. Il resto del lato destro è occupato dal predetto forno, la cui costruzione è stata addossata anche sul lato minore più interno della cripta dove si pensa fosse presente l’abside.

Il foro che il De Giorgi individua sulla volta non è più presente. Già Medea scriveva di un foro circolare nella volta ostruito. E’ plausibile che il forno costruito successivamente abbia utilizzato quel foro per la canna fumaria, visto che altri segni di aperture oggi sulla volta non sono più visibili. Di quella che una volta si presume fosse l’abside resta una nicchia sul fondo della cavità. Nella zona,pur con qualche difficoltà, è possibilerinvenire tracce di affreschi.

Per avere una trattazione del vicino locale ipogeo, bisogna leggere l’intervento del Lembo negli atti di un convegno internazionale svolto nel 1977 sulla civiltà rupestre medioevale nel mezzogiorno d’Italia. Il Lembo descrive con perizia e ricchezza di dettagli questo ampio vano sotterraneo, nel passato sicuramente utilizzato come trappeto; da qui anche la denominazione della cripta come di “San Nicola o Trappeto Vecchio”.

Dallo trattazione emerge una domanda che rimane senza risposta e che riguarda l’originaria destinazione dell’ipogeo,che  si trova posto più in basso a circa 14 metri dalla precedente cripta. Dall’analisi dello scavo, trattandosi di una cavità che non ha origini naturali, il Lembo intravede una diversità nella tecnica utilizzata, che lascia supporre che l’attuale conformazione sia il frutto di interventi diversi effettuati in tempi anch’essi diversi.

Alcune dei vani che si aprono lungo il perimetro della cavità presentano una evidente irregolarità nello scavo, quelli più vicini all’ingresso, rispetto ad altri che si possono ipotizzare di epoca successiva, molto più lineari e meglio lavorati.

Il Lembo suggerisce la necessità di più approfondite indagini ed ispezioni archeologiche per meglio comprendere la storia e lo sviluppo di questa cavità. Dalla sua trattazione emerge l’idea che, come scrisse il De Giorgi, questo sito ipogeo avesse una destinazione diversa prima di essere tramutato in trappeto.

Il Lembo nella sua visita interroga  il proprietario del fondo che riferisce che nelle vicinanze erano state trovate diverse tombe di epoca non precisata. Al di là del fatto che sarebbe interessante capire che fine hanno fatto quelle tombe (il Lembo nulla scrive a riguardo), questo elemento aggiunge un ulteriore tassello riguardo l’importanza storica dell’intera area.

Termino usando le parole usate dal De Giorgi, visto che dall’800 ad oggi nulla è mutato, in questo ma come in tanti altri luoghi:

“E’ doloroso per noi il dover chiudere ogni serie di questi bozzetti con una scena di vandalismo! E quel ch’ è peggio la nostra voce si perde nel deserto, dove crescono rigogliose le piante dell’indifferenza e della ignoranza!” 

di Massimo Negro

(1) Nel corso del 2011 durante i lavori di rifacimento della pavimentazione della piazza antistante la parrocchiale, alcuni studiosi locali suggerirono di cogliere l’occasione per individuare la cripta che il De Giorgi riferiva come interrata nel 1860. Non conosco i dettagli della discussione che sorse e gli eventuali interventi ispettivi che furono (o meno) effettuati. Ad oggi i lavori sono terminati e la cripta non è stata rinvenuta, mentre sono state individuate delle tombe, delle quali si è voluto mantenere traccia nella pavimentazione della piazza. Resta quindi irrisolto il mistero della presenza di questa cripta.

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