Melendugno. San Niceta tra gli ulivi.

Tra gli ulivi accanto a lapidi e croci. E’ così che appare la piccola chiesa di San Niceta. Quel che resta di un’antica abbazia di cui sono giunte sino a noi solo poche e sfilacciate memorie.  Alcuni resoconti di studiosi e viaggiatori dell’800, ma nulla di documentato su come appariva un tempo. Con una sola eccezione conservata su una parete al suo interno. Ma di questo racconterò in seguito.

Ma come giungo nella periferia di Melendugno, accanto al cimitero del paese, a documentare questo piccolo gioiello della nostra storia? Nel tempo ho imparato, muovendomi per i luoghi e tra le memoria della nostra terra, che è alquanto remota la possibilità di imbattersi in stralci di storia che vivono, in termini assoluti, di vita propria. Non un unico filo, non un’unica direttrice, una trama sottile e al tempo stesso robusta regge il nostro presente. Un incrocio di strade fatte non di asfalto ma di luoghi presenti e passati, di memorie ancora vive ed altre ormai perdute.

A Melendugno ancor prima di arrivarci fisicamente  ci sono arrivato grazie alle mie modeste ricerche sull’antica abbazia idruntina di Casole. Un nome che richiama antiche storie e personaggi che il tempo ha quasi ricoperto di una patina di legenda. Cercavo Niceta, l’igumeneo, e mi sono imbattuto in San Niceta e in questo piccolo edificio religioso. Ma l’incontro non si può dire che sia stato del tutto casuale. Sì è svolto lungo una di quelle direttrici della nostra storia che legano luoghi e uomini anche se di località differenti.

L’antico cenobio che sorgeva a Melendugno dipendeva da Casole e forse a Casole, in quella mirabile biblioteca di cui a noi sono giunti in modo fortunoso solo pochi libri, si poteva leggere la storia di questo sito. Ma la furia dei turchi che misero a ferro e fuoco Otranto e distrussero Casole riducendola ad una masseria, non ce lo hanno permesso.

Chi nel passato ha scritto su questo luogo, in modo unanime racconta che l’attuale edificio religioso rappresenta ben poca  cosa di quello che una volta doveva essere lo splendore e la grandezza  dell’antico sito.

Il De Giorgi che l’ebbe a visitare nel 1885 racconta quanto segue.

” Dell’antica abbazia basiliana di S. Niceta, che stava ad un chilometro di distanza a nord di Melendugno, non resta che la sola chiesa, ed anche questa ha perduto in gran parte i caratteri dell’antica, erettavi, secondo il Ferrari, da Tancredi conte di Lecce, nel 1167, al tempo di papa Alessandro III, insieme al monastero che fu donato ai calogeri basiliani con le rendite del feudo di Melendugno. Del cenobio rimangono pochi ruderi a fior di terra nella ” Chiusura Piccinna ” o ” Carleo “; cioè gli avanzi d’una cripta, a mò di canale, con abside in fondo e con volta a grandi pietre squadrate, come nella chiesa dell’Annunziata di Erchie ; e molti frammenti di grossi tegoli sparsi nella campagna. Nella chiesa, orribilmente sciupata, esistono ancora alcuni dipinti a fresco sulle pareti in più intonachi soprapposti; gli altri sono stati barbaramente imbiancati. Quando io la visitai nel maggio del 1885, vi trovai nel coro un dipinto rappresentante la Vergine col Divin Figlio sulle braccia. Questo colla destra benedice, e nella sinistra ha un globo sormontato da una croce, sul quale si legge la data del 1563. Sotto la Vergine vi è poi disegnata l’antica chiesa di S. Niceta simile affatto a quella dei SS. Nicola e Cataldo in Lecce, ch’è della fine del XII secolo. Vi sono poi dipinti sulle pareti e sull’arco basilicale alcuni stemmi di abati di S. Niceta, fra i quali uno ci ricorda un ” M. Antonius abhas Sancii Nicetae MCCCCLXXXX V “. Nel lato destro dell’arco basilicali mi riuscì scrostare un’effigie della Vergine col putto e con i soliti monogrammi greci; ed un altro fresco meglio conservato del precedente, nel lato sinistro dell’altare, con iscrizione latina nei lati della testa della Vergine”.

Ma il Gabrielli che la visitò nei primi degli anni ’30 del secolo successivo, scrive che alcune delle cose che racconta il De Giorgi sono andate ormai perdute, in particolare le decorazioni e gli affreschi sull’arco antistante l’abside, a causa di successivi lavori di consolidamento della struttura.

“… oggi non resta più nulla, essendo tutto scomparso nell’ultimo restauro, curato una ventina d’anni addietro dal parroco di Melendugno D. Oronzo Durante (ora vescovo di S. Severo), quando sì dovette, grossolanamente, rinnovare l’arco che cadeva, e ricoprir di calce gli ultimi segni superstiti delle pitture. In quell’occasione – mi è stato riferito dal medesimo mons. Durante – fu rifatto il pavimento della cappella ; e, nello sconnettere le vecchie logore lastre di pietra per asportarle, furono ritrovate nel sottosuolo della cappella una quantità di ossa umane di defunti ivi sepolti in vari tempi, ma nessuna traccia d’iscrizione o altro segno documentari”.

Il più antico documento che fa riferimento al Monastero Sancti Niceti, liciensis Diocesis è del 1324 e riguarda le Decime Pontificie, quando l’insediamento non dipendeva ancora dal celebre Monastero di San Nicola di Casole, presso Otranto; dipendenza successivamente attestata da un documento del 1392. Tra queste due date, una notizia documenta che nel 1365 il monaco di rito greco Gregorio di San Nicola di Casole era Abate di San Niceta.

A quel che resta del sito sono state sostanzialmente addossate alcune cappelle dell’adiacente cimitero. Scelte fatte nel passato ma che ancora oggi fanno storcere il naso e pronunciare giudizi non certo positivi da parte di chi, del luogo, ama e si prende cura di questo piccolo edificio.

Il giorno in cui mi sono recato per la visita era una domenica di settembre; la domenica antecedente a quella in cui Melendugno avrebbe festeggiato proprio San Niceta  come suo patrono. Quel giorno si sarebbe celebrata una messa con rito greco, in ricordo delle antiche origini.

Ho trovato delle persone gentilissime disposte a raccontarmi la storia del luogo, soprattutto quella recente, e le “minacce” che incombono sull’area circostante; un grande uliveto, quasi indistinto nonostante i muretti che delimitano le diverse proprietà, che si perde a vista d’occhio.

L’interno è indubbiamente molto bello e quel che resta degli antichi affreschi merita di essere apprezzato sino in fondo. Della decorazione paretale restano dei segni significativi lungo la parete sinistra e nell’abside. Le pareti che corrono lungo l’unica navata sono suddivise da tre archi. Guardando a sinistra, all’interno di ciascun arco è presente un  diverso trittico. Nel fondo, alle spalle dell’altare, in un presbiterio a pianta quadrangolare, si trovano gli affreschi dei quali scrivono il De Giorgi e il De Simone.

A destra, la figura della Vergine con in braccio il bambino e l’esterno di una chiesa che, come riportato in precedente, si pensa possa essere l’antica chiesa-monastero, preesistente all’attuale, dedicata a San Niceta. L’iscrizione posta ai lati del capo della Madonna riporta il nome di Loreto e, si ritiene, che sia una delle più antiche, se non la più antica, rappresentazione della Madonna di Loreto ad oggi conosciuta.

A sinistra, la scena di una crocifissione con, ai lati della croce, la Madonna e San Giovanni e un teschio posto alla base di un cumulo di terra e rocce che regge il legno del supplizio. Alquanto singolari e “simpatici” appaiono i cunei in legno posti dall’autore del dipinto ai piedi della croce, a reggerla.

Nel mezzo la figura di un Cristo che sorge dal sepolcro, mostrando i segni del martirio, con l’iscrizione latina “Mors mea vita tua”. Siamo nella seconda metà del 1500, 1563 è la data riportata sugli affreschi, e la fattura dei dipinti ne dà testimonianza, ben diversa da quella di origine basiliana e, per certi versi, anche un po’ grossolana.

Per quanto riguarda i trittici affrescati lungo la parete sinistra, partendo dalla prima arcata vicina all’entrata della chiesa sono raffigurati Sant’Antonio da Padova a destra, San Paolo al centro, San Nicola a sinistra, con una impostazione, che si ritiene, tipicamente quattrocentesca.

Nell’arcata centrale si distingue, a destra, una Santa di difficile identificazione, una Crocifissione e San Rocco.

L’ultima arcata ospita gli affreschi della Madonna col Bambino, di San Vito e di Sant’Antonio Abate.

Lungo la navata destra è stata reso nuovamente visibile solo la testa di un San Sebastiano.

Accompagnato all’interno della sacrestia ho potuto notare due nicchie, una di queste con decorazioni vegetali monto interessanti. Mentre sull’architrave della seconda è incisa una data che riporta al 1600 circa.

Dall’interno all’esterno. Molto probabilmente di quello che resta dell’antico impianto e forsanche del monastero di cui non è conosciuta l’esatta ubicazione e dimensione, si può trovare qualche traccia alle spalle del presbiterio, dove si può notare un arco chiuso e i segni tipici di giunture murarie, di mura che proseguivano verso qualcosa che oggi non c’è più.

Come raccontava la mia “guida”, è probabile che il monastero si sviluppasse ove ora vi è il sentiero che consente di giungere alla chiesa e nell’adiacente uliveto. Che quel luogo nel passato avesse una destinazione diversa lo testimoniano anche alcune “pozzelle” situate a pochi metri dall’edificio sacro; sono circa cinque, in parte otturate, in parte occupate da sterpaglia e da un piccolo albero di fico.

Dei commenti sulle scelte del recente passato  e, in particolare, su quella che ha permesso di costruire a ridosso della struttura delle cappelle mortuarie, ho già accennato. A queste si aggiungono nuove preoccupazioni per alcuni opere viarie imminenti che dovranno essere realizzate nella  zona circostante e che insisteranno su di un’area che nel passato aveva restituito significative testimonianze degli antichi abitanti.

Il De Simone nel descrivere i luoghi circostanti scrive quanto segue:

“… a destra sopra un umilissimo rialzamento di suolo, le chiuse Lame Chiusura Piccinna e Fanfula. In tutte e tre sono ruderi di edifici, su alcuno dei quali frammenti di freschi greci agiografici [?]. In Lame furono trovati, circa 40 anni or sono [perciò verso il 1840] monete e cimeli d’oro e d’argento : tutto il suolo è sparso di frammenti di tegole, di vasellame a patina nera e bicolorata (nero e rosso); e non di rado vi si trovano monete di argento, di bronzo, di biglione, antiche e medievali.”

Conclusa la visita della chiesa, e prima che iniziasse messa, mi sono messo in macchina con il mio accompagnatore perché ci teneva a farmi visitare una zona che molto probabilmente è quella di cui racconta il De Simone. Il mio ospite, lungo il breve tragitto, mi accennava alla possibile presenza di antichi tunnel forse oggi “opportunamente” occultati, di resti di un antico insediamento romano, una “villa romana” a ben riportare le sue parole. Dopo pochissimi minuti ci siamo fermati nei pressi di un uliveto e ci siamo incamminati verso una modesta altura. Ci teneva a farmi vedere di persona una zona in particolare, affinché “la gente sappia”.

Sulla sommità dei grandi blocchi in pietra squadrata. Alcuni utilizzati ed inglobati in muretti a secco, altri piantati nel terreno.

Nessuno si è mai dato la pena di intervenire, mi ha spiegato il mio accompagnatore, anche solo per capire cosa ci fosse sotto, nascosto dalla terra rossa. Forse proprio quell’antico insediamento a cui accennavano gli studiosi del passato. E ad avvalorare il possibile interesse archeologico della zona una bellissima cisterna dalle probabili caratteristiche romane.

Tornati in macchina prima di far ritorno allo spiazzo che funge da parcheggio per il cimitero, mi ha fatto vedere una planimetria della zona che aveva sul cruscotto della sua macchina. Mostrava il tracciato della nuova strada che dovrebbe unire i paesi della zona e che, mi faceva notare, sarebbe passata proprio nei pressi dell’area che avevamo visitato.

Non conosco i dettagli di quest’opera viaria ma, considerando l’appassionato interesse alla tutela della zona da parte di chi quel giorno mi accompagnava, ho ritenuto importante lasciarne traccia nel racconto della mia visita.

di Massimo Negro

____

Note bibliografiche.

– Cosimo De Giorgi, Bozzetti di viaggio – La provincia di Lecce, Lecce (1888)

– Gabrieli, L’Abbazia basiliana di San Niceta in Rinascenza Salentina (1934)

Annunci
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Abbazie basiliane, Melendugno e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Melendugno. San Niceta tra gli ulivi.

  1. Paolo ha detto:

    Ottimo reportage!

  2. Daniele ha detto:

    una piacevole scoperta avendo visto questo luogo sempre dall’esterno

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...