Tra Gallipoli e Sannicola. La via dell’olio e il sentiero per il Crocifisso e San Salvatore.

Un po’ come un puzzle!

Ci pensavo qualche minuto fa prima di iniziare a scrivere. Scoprire il Salento è stato, e continua ad essere, come provare a comporre un puzzle. Solo che non solo non si conosce il numero delle tessere che lo compongono ma, con il tempo ho sperimentato, queste cambiano continuamente dimensione.

Da ragazzino, quando per muovermi per le mie scorribande pomeridiane avevo come unico supporto la mia bicicletta, le tessere di queste puzzle mi sembravano piccole.  Ormai avevo imparato a conoscere anche le più lievi pieghe del terreno tra Tuglie, Alezio, Sannicola e Lido Conchiglie; non mi bastava ma sapevo che non mi era consentito andare oltre.

Diventato maggiorenne e migrato in una dimensione geografica più ampia, avendo iniziato a frequentare l’università a Milano, il Salento mi appariva più piccolo. Un puzzle facile da comporre, composto solo da poche tessere.

Poi d’un tratto la voglia di andare in profondità. Non la curiosità, superficiale, o il desiderio, il più delle volte effimero. La voglia, la volontà, il volere. Una voglia non solo intellettuale ma anche fisica di esser presente nei luoghi del Salento. Così d’un tratto le tessere del puzzle sono diventate piccole, e con il passare del tempo si riducono sempre più.

Un matematico direbbe che le storie, i luoghi, le tradizioni del Salento “tendono a infinito”. Per questa ragione forse non riuscirò mai a completarlo ma, come direbbe qualcuno più saggio, l’importante non è la meta ma è il viaggio.

Questa storia è un’altra tessera di questo immenso puzzle. Dapprima San Mauro (1), facile da raggiungere a piedi da Lido Conchiglie, poi San Salvatore (2), quando iniziavo a muovermi con il motorino. Ed ora quella che viene chiamata contrada Crocifisso. Siamo sempre lì. L’area continua ad essere quella. Ma le tessere aumentano di numero, si riducono nelle dimensioni e le storie si infittiscono.

Analizzavo su Google l’area di San Salvatore, tra Sannicola e Gallipoli e, ingrandendo l’immagine, compare sul video il nome di una stradina sufficientemente evocativo per decidere di fare un sopralluogo: strada vicinale Crocefisso San Salvatore. Forse l’antica strada che da Gallipoli conduceva all’antico sito basiliano, forse ancora percorribile fino a qualche anno fa, prima che la zona venisse stravolta dalla creazione di una mal tenuta e sinceramente misera area artigianale. E fin qui potevo spiegarmi  l’utilizzo del toponimo San Salvatore. Ma perché anche Crocefisso?

L’accesso è sulla strada che dalla darsena di Gallipoli arriva sino a Chiesa Nuova, una piccola frazione di Sannicola. Siamo in agro gallipolino. Quando ci arrivo mi ricordo di esserci già stato tanti anni addietro. All’epoca, poco dopo l’imbocco della strada, vi era un antico frantoio abbandonato e cadente, con all’esterno tante macine in pietra e all’interno, lungo i muri, i tipici alloggiamenti per i torchi. L’edificio da qualche anno è stato recuperato e trasformato in un resort-ristorante. L’attuale proprietario, molto orgoglioso del lavoro di recupero compiuto, mi fa da guida all’interno spiegandomi che ha cercato di lasciare inalterata l’antica struttura. Devo dire che mi sembra un buon lavoro.

All’esterno, nei pressi, alcune delle antiche costruzioni sono rimaste come le ricordavo, con dei grandi camini degni di un palazzo baronale e alloggiamenti per gli animali.

Proseguo lungo la strada sterrata. Faccio pochi metri e mi fermo. Sulla sinistra quel che resta di un antico ed ampio ricovero.

Poi compaiono loro, i grandi custodi del tempo. Tronchi contorti di ulivi che sorreggono il peso dei loro rami, ma soprattutto dei secoli trascorsi. Il tutto lascia presagire che la zona dovesse essere nel passato molto ricca e florida.

Ancora pochi metri e compare una chiesa, preannunciata da un’antica carrara incisa nel tempo dalle ruote dei carri che l’hanno percorsa. Quella che viene chiamata “SS. Crocefisso te lu monte”.

Ecco piegato l’arcano. Un’antica strada, una via dell’olio, ma anche di fede e devozione che da Gallipoli conduceva verso San Salvatore, passando per la cappella del Crocifisso.

All’esterno della Chiesa vi è una colonna sormontata da una croce. L’interno è molto semplice. Vi sono degli affreschi sulla volta dell’abside, restaurati nel 1949 e una bellissima statua del Cristo Risorto. Alle spalle una costruzione che doveva fungere da sacrestia ed alloggio per il custode e la sua famiglia.

Il sentiero continua, ma non è più percorribile con la macchina. Alle spalle della cappella già si intravedono gli opifici della zona artigianale di Gallipoli. Ma di questo dirò dopo.

Sulla sinistra si notano dei piccoli rialzi, delle collinette. Sono ben evidenti visto che attorno il terreno è pianeggiante. Borsa della macchina fotografica in spalla e mi inoltro in mezzo all’erba. Inizio questa lieve salita e nell’erba si iniziano a notare gli antichi segni dello ‘zzoccu, con il quale veniva intagliato il banco roccioso e staccati i mattoni.

La sorpresa, o meglio le sorprese, giungono quando arrivo in cima e inizio a scorgere delle aperture. Inizio a prestare maggiore attenzione. Ve ne sono diverse. Alcune piccole, alcune più grandi.

Solo una è facilmente accessibile …

… le altre hanno l’ingresso ostruito da alberi di fico.

Dell’ultima si può notare come il piano di calpestio interno sia molto più in basso rispetto a quello esterno. Che abbia avuto la funzione di cisterna?

Non sono delle cavità naturali, sono state scavate dall’uomo. Quando sono state realizzate e a che fini? Non sono riuscito ancora a trovare una risposta.

Vi riporto, però, un passaggio del libro scritto dal canonico Francesco D’Elia, che nel 1913 nel suo “Origine e vicende della Chiesa e del Comune di Sannicola” riporta quanto segue:

“… I numerosi agricoltori della città di Gallipoli, la quale possedeva un estesissimo territorio confinante con quelli di Galatone, Tuglie, Neviano, Parabita, Matino e Taviano, da lungo tempo sentivano il bisogno di uscire dalla città murata e fortificata, ed abitare invece liberi in campagna, possibilmente tutto l’anno, per meglio accudire alla coltura di quello esteso terreno. E poiché per le frequenti scorrerie dei pirati non potevano vivere tranquilli e sicuri in case disperse, specialmente nella buona stagione che favoriva l’approdo dei pirati ai nostri lidi, tentarono costruirsi delle case agruppate, formare cioè dei villaggi per difendersi a vicenda nel caso di assalto sia dei malfattori, sia di pirati.

Un primo villaggio era surto a tre chilometri dalla città col nome di Crocefisso in contrada Sabea, ove la famiglia patrizia Micetti, proprietaria della masseria posseduta oggi dai fratelli Viscardi e Domenico D’Elia, aveva edificato una commoda chiesa dedicata al SS. Crocifisso, fornita di sagrestia e di abitazione per l’inserviente, quale oggi si vede.

… Ma questi due centri [ndr: Crocefisso e Sant’Agata, nella contrada Canali] in cambio d’ingrandirsi col passare degli anni, si arretrarono e rimasero spopolati a causa della cattiva aria che li dominava”.

Gli abitanti di quei centri decisero così, con il passare del tempo di spostarsi sempre più verso l’interno nei luoghi dove ove sorgono Sannicola e San Simone.

E’ probabile che l’abbondanza dell’acqua dovuta al vicino canale, tutt’ora presente, rendesse quel terreno e l’aria eccessivamente umidi e forse anche causa di malattie.

I dubbi rimangono irrisolti anche dopo la lettura del D’Elia, in particolare non ho risposto alla domanda su quando questo piccolo villaggio rupestre sia nato. Nel libro sono citate case, masserie e non grotte. Furono scavate dai massari e dai loro operai nel periodo citato? O vi erano già?

Non voglio dilungarmi nel raccontare dubbi e se, tra coloro che hanno la pazienza di leggermi vi è qualche studioso della zona in questione, qualunque contributo è ben accetto.

Accenno solo a due altri luoghi che possono essere messi in connessione con questo. Il primo è il vicino sito basiliano di San Salvatore, il secondo è la vicina Torre Sabea, dove sono stati rinvenuti i resti di uno tra i più antichi villaggi del Neolitico sino ad ora rintracciati.

Lasciate le speculazioni sulle origini del sito a chi ne sa più di me, torno a raccontare del sentiero interrotto che dalla cappella nel passato doveva arrivare sino a San Salvatore.

Quello che appare oggi è l’esatta esemplificazione di sviluppo errato e tradito, nonchè della profonda e diffusa ignoranza ed illegalità.

Pilastri che conducono verso il nulla e una marea di rifiuti, anche pericolosamente inquinanti. Un passato che scompare e un futuro che non vogliamo che con queste fattezze ci appartenga più.

Quanto sarebbe bello se un giorno si riuscisse a trovare il modo per far ritornare a rivivere questo antico camminamento. Lungo la via dell’olio, un percorso per riscoprire antiche testimonianze in un ambiente risanato, verso San Salvatore.

di Massimo Negro

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(1) Su Santo Mauro si legga la seguente nota:
https://massimonegro.wordpress.com/2011/11/29/sannicola-tra-le-rupi-e-gli-affreschi-di-san-mauro/

(2) Su San Salvatore si legga la seguente nota:
https://massimonegro.wordpress.com/2011/11/30/sannicola-le-crepe-di-san-salvatore/

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