Calimera. San Biagio e li craunari.

Dal mal di gola ai carbonari, o craunari in dialetto. Capita a Calimera dove si il 3 febbraio il Vescovo Biagio viene festeggiato non solo come protettore contro il mal di gola ma anche come protettore di coloro che trasformavano la legna in carbone. San Biagio della Macchia, perché proprio ai margini di una macchia, di una boscaglia, sorgeva l’attuale sito dedicato al santo.

Attualmente l’edificio, di cui racconterò dopo le caratteristiche, è inglobato all’interno dell’area della Masseria San Biagio; un grande complesso agrituristico molto noto per il suo allevamento e per i prodotti molto apprezzati. Qualche settimana prima ci era stata mia figlia con la scuola e, personalmente, avendo sentito parlare molto bene del posto, non vedevo l’ora di andarci a fare una visita.

La struttura è in aperta campagna sulla strada che conduce a Melendugno. Lasciata la macchina e chiesto il permesso di entrare e scattare qualche foto, mi sono avviato borsa in spalla lungo il sentiero che porta verso l’edificio religioso.

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Il sito appare in ampio spiazzo verde e, da subito, è evidente lo stato precario in cui si trova. Avvicinandomi  il contesto risulta più chiaro.

Questo piccolo edificio è suddiviso su due piani. Il piano ipogeo dove si trova l’ambiente dedicato alle pratiche religiose, e il piano superiore il cui tetto è crollato e ora vi è un’ampia impalcatura la cui funzione dovrebbe essere quella di impedire che l’acqua piovana indebolisca ulteriormente la struttura.

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Al piano superiore non è possibile accedere, per quanto all’esterno, sul lato destro vi sono delle scale che conducono alle due stanze che lo compongono. La parte superiore dovrebbe risalire al XVIII secolo ed utilizzata per fini abitativi. Non mi risulta che vi siano elementi degni di nota all’interno.
Intorno alla chiesa, ove la roccia non è stata tolta per aumentare il terreno coltivabile, vi sono ancora i segni del passaggio di carri.

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La sezione più interessante è quella semi-ipogea, articolata in due vani.

Il primo è quello di accesso, con le scale che conducono all’interno della successiva stanza, ove è collocato l’altare.  Scendendo i gradini, sui due lati il piano resta ad un livello pari a quello esterno. Sulla sinistra ci sono tre vasche servite per dar da mangiare agli animali, mentre sulla parte destra non vi è nulla di rilevante ad eccezione di una sorta di rozza acquasantiera posta nelle vicinanze della porta di accesso alla chiesa-cripta.

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E sopra l’arco della porta d’ingresso vi è un’iscrizione su lastra lapidea datata 1758, sulla quale vi è scritto – “INGREDERE LIMINA PURUS” (il puro varchi la soglia).

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Entrando nel secondo vano, puntellato per dare maggior sicurezza visto lo stato precario del sito, sul lato opposto a quello di accesso vi è un rozzo altare, preceduto da un ampio gradino su cui molto probabilmente si poneva il celebrante.

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Sopra l’altare, un affresco in cui sono ritratti San Biagio e Sant’Eligio. Quest’ultimo è il patrono dei maniscalchi e dei massari. Il tutto a testimoniare l’ambiente tipicamente agricolo che caratterizza il contesto nella sua interezza. L’affresco è databile anch’esso nel XVIII secolo.

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Entrambi i vani semi-ipogei hanno la volta a botte.

Per quanto concerne le origini, personalmente ritengo che la data menzionata sulla lapide sia sostanzialmente veritiera, per lo meno per quanto concerne la trasformazione in chiesa o cappella votiva. La struttura e i contrafforti esterni ricordano molto la chiesa di Apigliano, per cui è probabile che prima dei rimaneggiamenti del ‘700, il sito possa far risalire le sue origini al medioevo.

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Vi è anche l’ipotesi che, quello che è giunto sino a noi, possa essere quello ciò rimane di un antico insediamento di laure basiliane (secondo alcuni). Personalmente non conosco bene quanto nei dintorni della struttura e se queste eventuali origini basiliane possano essere in qualche modo provate. Lascio lo spazio ad esperti per integrare con ulteriori considerazioni e informazioni.

Considerando la struttura, l’unico affresco all’interno e l’assenza di ulteriori tracce lungo le pareti, una sorta di mangiatoia posta nel primo vano di accesso, sembrerebbe che questo luogo non fosse nato con funzioni religiose e che queste le abbia assunte solo in un secondo momento.

Ma torniamo ai crauni e alli craunari. Questa espressione nel passato pare che si usasse per identificare gli abitanti di Calimera. Mestiere antico, documentato già nel Settecento, diffusosi in particolare dopo l’inizio dell’Ottocento quando, dopo una lunghissima vertenza, le “Università” di Calimera e Martano la spuntarono nei confronti dei feudatari (che dai Bucali del 1500 erano passati ai Gadaleta del 1700) per quanto riguardava i diritti legati all’immensa distesa di lecci che costituiva il Bosco di Calimera.

Metà del bosco fu espropriato ai feudatari per essere diviso ed assegnato ai contadini con il fine di essere trasformato in appezzamenti di terreno coltivabile. Sorse così l’esigenza di una gran quantità di mano d’opera che procedesse al disboscamento e, per un uso intelligente del legname tagliato,  si diffuse quindi il mestiere del carbonaio affinché si trasformasse la legna in carbone. E San Biagio ne divenne il protettore, e qui si ritrovavano per festeggiarlo.

Quest’ultima parte del racconto mi fa venire in mente alcune considerazioni scambiate tempo addietro con un amico. Il nostro paesaggio, caratterizzato in particolare dalla ricchezza di alberi di ulivo, è un prodotto “artificiale”, non da intendersi come “non naturale”, bensì come modificato ad arte dall’uomo per i suoi bisogni nel corso dei secoli. Nel passato, nei pressi di San Biagio, dove sorgeva un bosco, ora vi  una distesa di ulivi. L’ambiente è stato profondamente modificato, ma questo cambiamento nel corso dei secoli è avvenuto all’insegna dell’uso intelligente e rispettoso della natura. Oggi il contesto è profondamente diverso e l’agricoltura ha smesso da tempo di essere il settore economico trainante. Oggi distese di alberi vengono tagliati per lasciare spazio a cemento ed asfalto, per opere il più delle volte discutibili se non, in molti casi, da condannare senza esitazioni.

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L’edificio non mi ha lasciato sul piano emozionale un qualche ricordo particolare. Merita sicuramente una visita soprattutto in considerazione del contesto rurale nel quale si trova e alla luce dell’interessante complesso della Masseria San Biagio, dei suoi allevamenti e di quanto di buono è in grado di offrire.

di Massimo Negro

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Una risposta a Calimera. San Biagio e li craunari.

  1. Cosimo Guercia ha detto:

    SOLO NELLA NOSTRA PUGLIA NON APPREZZIAMO I NOSTRI BENI, E CHISSA SE SARANNO CAPACI DI RISTRUTTURALE QUELLA BELLISSIMA CHIESA E DARE LA POSSIBILITA A TUTTI DI VISITARLA

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