Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (III e ultima parte). Il Giudizio Universale.

“Ricordati che devi morire!”
“Come?”
“Ricordati che devi morire!”
“Va bene!”
“Ricordati che devi morire!”
“Si … si … mo me lo segno proprio … non vi preoccupate”

Non una fine qualsiasi, ma la fine del mondo, il giorno in cui chi sarà vivo morirà e, al tempo stesso, il giorno in cui tutti i corpi di coloro che sono già morti resusciteranno. Il giorno in cui non vi saranno più conti in sospeso, né in terra né in cielo.

La fine del mondo, la lotta tra il bene e il male, orride bestie che salgono dal mare e dalla terra, cavalieri ai quali all’apertura dei sigilli viene dato loro il potere di compiere grandi e tremende opere sulla terra. Tra questi, il quarto cavaliere con il nome Morte.

Il numero della bestia e il figlio di Satana, l’Anticristo. La grande battaglia, con le schiere celesti guidate dall’arcangelo Michele.

Questi temi che si ritrovano in uno dei libri della Bibbia da me più letti in assoluto, l’Apocalisse, mi hanno sempre suscitato un profondo interesse e molte suggestioni. Per diverse ragioni. La fine del mondo, le teorie millenaristiche, la dottrina dei novissimi, …. la storia è pervasa da questi filoni di pensiero, filosofici, religiosi e in alcuni casi anche intrisi di fanatismo, che hanno fortemente condizionato anche alcuni periodi della storia dell’umanità. Dalla storia di altre civiltà sappiamo anche che il tema dell’apocalisse non è prerogativa esclusiva del cristianesimo. Oltre a ritrovarsi in religioni tutt’ora attuali e vissute, anche altri popoli del passato profetizzavano accadimenti catastrofici. Ovviamente, la lettura del libro della Bibbia va nella direzione della profezia e della speranza finale data dalla vittoria del bene contro il male, ma non si può nascondere che susciti una qualche forma di apprensione in chi si accosta alla sua lettura e meditazione.

Queste rappresentazioni nel passato avevano il ruolo di raccontare e ricordare quello che ai fedeli sarebbe spettato alla fine dei tempi. Un monito affinché non dimenticassero. E sicuramente forte doveva essere la suggestione nel guardare Michele pesare le anime e il volto di Satana pronto ad ingurgitare le anime dei dannati. Nessuno sconto, ma una chiara rappresentazione della pena e del dolore che sarebbero spettati a coloro che avessero deciso di dannarsi.

Ecco perché le parole di un breve dialogo del film “Non ci resta che piangere”, una commedia italiana ambientata negli anni che conducono alla fine convenzionale del Basso Medio Evo, ben rappresentano alcune forme di fervore religioso che potevano animare  e a volte scuotere la chiesa di allora e le comunità dei fedeli.

Ma volgiamo lo sguardo a questa splendida parete affrescata e immergiamoci in queste figure che, nella loro semplicità, paiono quasi prender vita ed animarsi.

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L’intera composizione si dispiega lungo una direttrice centrale che dall’alto giunge sino all’arco della porta di ingresso, con una rappresentazione del Giudizio Universale articolata attorno a tre temi cardine: la Deesis, l’Ostensione della Croce, la Psicostasia o pesa delle anime.

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La Deesis, vale a dire Cristo con alla sua destra la Vergine e sinistra Giovanni Battista, è stata rappresentata dall’autore sulla stretta e circolare fascia paretale del lato interno del rosone. Un Cristo biondo, dai capelli lunghi e sguardo severo, con le mani alzate rivolte verso coloro che volgono a lui lo sguardo, a mostrare le ferite inferte dai chiodi, e con la veste lacerata a far vedere la ferita al costato.

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Accanto a lui la Vergine e il Battista con sguardo ed atteggiamento orante, rivolti verso il Cristo.

A destra e a sinistra della Deesis sono ritratti i dodici apostoli, sei per lato. Se il Cristo della Deesis è il Cristo Giudice, gli apostoli siedono accanto a lui in qualità di componenti del tribunale divino.

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“In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella rigenerazione, quando il Figlio dell’Uomo sederà sul suo trono di gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele (Mt 19,28)”

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Subito sotto il rosone, si trova il secondo tema cardine rappresentato sulla parete: l’Ostensione della Croce.

La visione della croce è racchiusa in un cerchio rosso al cui interno sono rappresentati, posti su un altare, la stessa croce e a questa appoggiati gli strumenti della Passione del Cristo quali la lancia, la canna con in cima la spugna imbevuta di aceto, e le verghe della flagellazione. Poggiati sull’altare, la colonna della flagellazione e il cesto contenente i chiodi della crocifissione. Si può notare come l’altare non è spoglio ma ornato di una tovaglia bianca con bordura variegata.

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Accanto alla visione della croce vi sono due figure anziane inginocchiate, con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo rivolto in basso. Sono i nostri progenitori, Abramo ed Eva ritratti ormai anziani. Essi venerano la Croce, segno della vittoria di Cristo, che ha riscattato loro e l’intera umanità dal peccato.

Accanto a ciascuno dei progenitori si vi è un angelo, angelo buccinatore, che suona una lunga tromba. Queste figure assumono un ruolo fondamentale nell’intera scenografia, perché con il suono delle loro trombe chiamano i morti a svegliarsi e gli eletti a riunirsi. Suono al quale risponde la personificazione della Terra, sul lato sinistro, e del Mare sul lato destro.

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Sopra l’arco della porta d’ingresso, si elevala figura dell’arcangelo Michele che, con la spada in mano e vestito di tutto punto come un cavaliere angioino, regge la bilancia della giustizia per pesare le anime, la Psicostasia.

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E’ il momento centrale del giudizio divino e i due piatti della bilancia rappresentano il verdetto a cui si viene sottoposti. L’anima posta nel piatto alla destra dell’arcangelo viene raccolta da un angelo, mentre l’anima nel piatto di sinistra è destinata all’inferno. Infatti la figura di Michele separa la parete in due sezioni distinti; mentre alla sua destra vi è il Paradiso e le anime degli eletti, a sinistra vi è Satana e la rappresentazione dei dannati.

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Accanto alla figura dell’arcangelo, alla sua destra, vi è il Coro degli Eletti. A farne parte in prima fila un papa con il caratteristico triregno, poi a seguire due cardinali, un vescovo latino e, infine un ecclesiastico greco. Ma altre sono le figure che in posizione più defilata che fanno parte di questo gruppo.

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In particolare ha suscitato interesse la figura di un francescano, di cui in buona sostanza si nota solo la testa, posto accanto al vescovo latino. Il profilo di questo personaggio potrebbe richiamare alla memoria la maschera di pietra dell’effigie di Raimondello del Balzo Orsini presente all’interno della Basilica di Santa Caterina a Galatina.

A sinistra, nella parte inferiore del Giudizio, l’autore pone il Paradiso rappresentato e difeso da spesse mura e da una torre quadrata e merlata, con la porta socchiusa difesa da un angelo rosso con la spada sguainata. Dinanzi alla porta vi è Pietro che accompagna una figura maschile con la croce. Questi non è il Cristo, ma il Buon Ladrone, colui che è giunto in paradiso prima del giudizio finale.

“Gesù gli rispose: in verità ti dico: oggi, sarai con me in Paradiso (Lc 23,43)”.

Se questi è il Buon Ladrone, la presenza di Pietro è evidentemente una sorta di forzatura temporale in quanto il santo pescatore ebbe a morire molti anni dopo la crocifissione.

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Rappresentati come se fossero all’interno delle mura della Gerusalemme celeste, vi sono i tre patriarchi, Giacobbe, Isacco e Abramo. Quest’ultimo è il primo, accanto alla porta socchiusa, e in grembo regge l’anima beata di Lazzaro la cui testa è cinta da una corona di rose. Anche gli altri due patriarchi hanno in grembo delle anime, rappresentate sotto forme di bambinelli nudi.

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A destra, nella parte inferiore del Giudizio, l’autore rappresenta l’Infermo e il supplizio dei dannati. Le figure terribili che popolano la scena e incutono timore sono numerose e variegate. Ma è soprattutto la rappresentazione dei peccatori ciò che rende, in primis, degno di interesse quest’ampia sezione dell’affresco.

Particolare è la rappresentazione di una coppia a letto con un diavoletto sulla spalliera ai loro piedi. Alcuni hanno pensato alla rappresentazione dei lussuriosi. Oggi l’interpretazione più convincente si fonda su altri affreschi a questo similari e identificati al di là del Canale d’Otranto, ma soprattutto a Creta o Cipro e accompagnati dalla didascalia “coloro che dormono all’ora della Divina Liturgia”. Detto altrimenti si tratta di coloro che anziché andare a messa la domenica rimangono a letto a dormire. Rappresentazione che ha tra l’altro un suo fondamento in un apocrifo denominato “Apocalisse della Santissima Madre di Dio”.

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Altri sono i dannati rappresentati. Il ricco cattivo, che emerge da una sorta di caldaia infossata e circondata dalle fiamme, che porta la mano alla bocca a rappresentare la sete inestinguibile. Poi vi è il ladro, l’avaro e l’usuraio.

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Poi vi sono alcune rappresentazioni molto suggestive, dove ad essere in primo piano e, sembrerebbe, in cattiva luce, vi sono alcune professioni. Ad esempio il sarto rappresentato da un paio di forbici. Ma vi sono anche il falegname, il ciabattino, il taverniere rappresentato con un boccale in mano, il macellaio con una falsa bilancia e, infine, il contadino con ascia e zappa. Altre figure di peccatori sono presenti ma non sono leggibili.

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Figura centrale è l’enorme sagoma di Satana che troneggia sul drago delle profondità che si presenta con due teste canine che divorano i dannati. Il volto di Satana è deturpato, probabilmente perché contro di esso si sono scagliati spinti da terrore e indignazione i fedeli nel corso dei secoli. Dal profilo si delinea una testa taurina con orecchie e corna.

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Tra le braccia di Satana vi è un essere umano nudo. Secondo alcuni sarebbe Giuda, l’apostolo traditore, secondo altri sarebbe il figlio di Satana, l’Anticristo.

Accanto al signore degli inferi vi è un angelo che con una lunga forca minaccia un gruppo di condannati; tra questi i noti eresiarchi  Ario, Sabellio e Nestorio.

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Prima di concludere questa nota, occorre svolgere una breve riflessione sulle figure e sulle “professioni” dei dannati.

L’autore si sofferma su alcune professioni molto popolari, ciò inteso anche nel senso che dovevano ai tempi essere svolte da persone dal popolino. Il macellaio era quello che poteva truffare con la tipologia di carne o con la sua pesa, così come il taverniere richiama l’immagine dell’oste che allunga il vino con l’acqua. Il sarto che taglia meno stoffa di quanto dovrebbe. E  così diversi ed altri esempi rispetto alle professioni rappresentate.

Che ci possa essere in tutto questo un qualche riferimento ad esempi di vita vissuta nella comunità di Soleto di quei tempi, non è possibile affermarlo. Rappresentazioni similari si possono trovare in diversi luoghi d’Europa.

Secondo un indirizzo di studio e analisi, si potrebbe pensare che alcune di queste professioni potessero essere svolte in quei tempi da ebrei del luogo.  Per cui si ripropone una sorta di lettura antiebraica già evidenziata nello scrivere la seconda nota sulla Chiesa di Soleto, ed evidente, secondo questa linea di pensiero, nei riquadri che  raccontano il martirio di Santo Stefano.

Anche questa può essere una delle tante chiavi di lettura di questo ciclo pittorico. Dubbi e correlate ipotesi alle quali difficilmente troveremo conferma in una qualche direzione.

Sarebbe simpatico capire quali professioni oggi verrebbero rappresentate se l’opera venisse realizzata ai giorni nostri. Ma questa è un’altra storia.

di Massimo Negro

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Fonti:

M. Berger – A. Jacob. La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Argo 2007.

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Note correlate:

– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (I parte).
https://massimonegro.wordpress.com/2013/01/21/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-i-parte/

– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (II parte).
https://massimonegro.wordpress.com/2013/01/29/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-ii-parte/

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4 risposte a Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (III e ultima parte). Il Giudizio Universale.

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  3. mariagrazia spedicato ha detto:

    ti ringrazio per la tua disponibilità a farmi scoprire nuove bellezze della mia terra, con grande gioia accolgo la tua posta. Vorrei in qualche modo ricambiarti il favore invitandoti a visitare un trappito ipogeo che si trova a San Pietro in Lama nelle vicinanze dell’ antica chiesetta di San Antonio Abate privato ma il proprietario ben disponibile a farlo visitare. Ti ringrazio ancora per le fantastiche foto.

  4. Pingback: Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (II parte) | Fondazione Terra D'Otranto

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