Galatina. Il Venerdì dell’Addolorata e la statua di Patipaticchia.

Riflettendoci, mentre mi accingo a scrivere questa nota, c’era un giorno ben preciso in cui da adolescente sentivo che Pasqua era ormai alle porte. Un giorno a partire dal quale, da quasi buon cattolico praticante, cercavo di recuperare il tempo “sprecato” nelle settimane precedenti e le mancate “penitenze”, quelle che i preti chiedevono dall’altare a noi ragazzini durante le omelie nelle domeniche di Quaresima.
Certamente non il giorno delle Ceneri. Onestamente il periodo della Quaresima nasce male. Il giorno dopo martedì grasso ma già nell’attesa della sera della Pentolaccia, durante la quale a quei tempi riportavamo in scena una qualche recita in dialetto di Protopapa nel teatro dell’Oratorio.

Il giorno da cui ripartiva tutto era la ricorrenza della Madonna Addolorata, con la sua processione della sera. Da quel giorno partiva l’attesa per i riti della Domenica delle Palme e per la Via Crucis della sera, il martedì in Diocesi per la benedizione degli Olii Santi, e poi i tre giorni della Settimana Santa verso la solenne Messa della Veglia, nell’attesa, al suo termine, di mettersi in cammino per le strade di Tuglie a fare le serenate cantando Lu Nazarenu.

In questi ultimi anni, in molti paesi del Salento c’è un rifiorire di antiche tradizioni che con grande intelligenza si è deciso di riprendere e di valorizzare. A Tuglie, e non solo, ci sono le Caremme per le strade e suoi balconi delle case.
I tradizionali Canti della Passione che ci fanno rivivere un sentimento religioso che appartiene ormai alla storia della nostra terra.
A Maglie continua la bellissima fiera dell’Addolorata con i suoi tanti campanelli, fischetti e oggetti in terracotta.

A Galatina la Madonna Addolorata viene festeggiata con una piccola festa nella Chiesa a lei dedicata. Una festa piccola ma molto sentita, perchè da questa chiesa parte la processione cittadina della mattina del Sabato Santo e qui ha sede la più numerosa congrega della città.

All’esterno un artigiano locale vende le trenule fatta a mano lavorando il legno. Un piccolo aggeggio costruito da un pezzo di legno su cui è montata una ruota che si poggia su una linguetta di legno mobile che ad ogni movimento produce un suono gracchiante simile a quello di una rana, che serviva ad annunziare le funzioni religiose del Venerdì Santo, quando le campane erano mute a causa di prescrizioni liturgiche.
Ora sono un divertendo giocattolo in mano ai bimbi, con noi genitori che cerchiamo di spiegare loro a cosa servissero e, ad un certo punto, a convincerli a smettere perché ” ‘nde portane la capu!”.

Ma a Galatina vi sono antiche tradizioni, ora dimenticate, di cui è rimasta traccia in una stanza che funge da deposito della Chiesa dell’Addolorata.
Negli anni trenta del secolo scorso in Chiesa venivano rappresentati i “Misteri della Passione”, utilizzando numerose statue in cartapesta a comporre le scene raccontate dai Vangeli. La rappresentazione era maestosa ed occupava l’intera navata.

Mons. Antonaci nel suo libro sulla Chiesa dell’Addolorata scrive:

“una volta nei giorni della Settimana Santa, si entrava nella Chiesa dell’Addolorata ad ammirare queste espressioni genuine e popolari della pietà cristiana, che stavano tra folclore e fede; e talvolta si diventava protagonisti inconsapevoli e difensori della causa di Gesù contro i suoi perfidi carnefici”.

“Chi non ricorda, tra coloro di una certa età (ndr: il libro è del 1967), i colpi di chiodi che si davano da ragazzi agli stinchi e ai polpacci di uno di questi figuri di legno, che passò nella storia popolare col nome misterioso per origine e contenuto di “Patipaticchia”? Ora il rudere di quella statua ancora esiste in uno stanzino della chiesa, gettata lì come un pezzo da … museo.


La statua di Patipaticchia esiste ancora ed è giunta sino a noi. Nel 1978 in un articolo sulla rivista della Banca Popolare Pugliese, la descrizione della statua viene preceduta da un titolo molto evocativo “Cristo perdonò. I Galatinesi no”.

“Obiettivo eterno dell’odio un poco ingenuo e un po’ tanto vendicativo dei galatinesi, la figura del flagellatore del Redentore, il ” brutto e cattivo ” per antonomasia: Patipaticchia. Di lui, scrive uno studioso di tradizioni linguistiche e locali, il professor Salvatore Ferrol: ” Allo studioso di onomastica locale viene proposto il termine ‘misterioso per origine e per contenuto ‘ di ‘ Patipaticchia ‘, appellativo arguto e dispregiativo con il quale il popolo denominò il flagellatore di Cristo in un gruppo scultoreo che, durante le cerimonie della Settimana Santa, era esposto accanto alla porta destra della Chiesa.
Contro di esso si scagliavano le contumelie degli adulti e contro le sue gambe di legno venivano violente mente indirizzati i punteruoli ed i chiodi dei piccoli che ridussero la statua ad un rudere irriconoscibile.
A noi sembra evidente nel nome del tristo figuro la presenza della radice ” pat ” del verbo greco ” pasco “, soffro, la quale, ripetendosi all’inizio del nome, sta a significare le enormi sofferenze sopportate da Cristo. Ma su questo punto la discussione è aperta ed il contributo di altri sarebbe assai utile e prezioso “.
La statua di Patipaticchia è in cartapesta, e non manca di un particolare fascino: alto, poderoso, folta capigliatura ondulata, barba virile, struttura corporea solida, gambe divaricate per il perfetto equilibrio di chi si appresta a colpire, sguardo fermo: Patipaticchia, in fondo, era l’esecutore della sentenza orale, il braccio armato di chi aveva ben altri poteri e ben diversa estrazione, formazione e possibilità di decisione. Ma, si sa, il destino dei più deboli è diverso da quello dei potenti. Sulla soglia della chiesa dell’Addolorata, a Galatina, non c’è chi per primo commise violenza nei confronti del Cristo, decidendo di esporlo al pubblico ludibrio e alla lacerante vergogna della sferza; ma c’è chi osò alzare la mano su di Lui, chi lo frustò a sangue. Contro i lui si scagliava la collera popolare: uomini, donne, bambini, per l’intero arco di tempo dedicato alla visita dei sepolcri, entrando nella chiesa dell’Addolorata, ficcavano nelle carni di cartapesta del malcapitato spilli, chiodi e quant’altro poteva dare l’immagine concreta, fisica e un poco truculenta del dolore, della sofferenza, della ingenua vendetta popolare. L’arto del malcapitato Patipaticchia testimonia ancora oggi (ormai da alcuni anni caduta in disuso l'” esposizione ” della statua) delle “torture ” inflitte al flagellatore, la cui imperdonabile colpa fu quella di non aver capito di trovarsi di fronte al Salvatore. Patipaticchia, oggi, è relegato nei ripostigli della chiesa. Tradizione e superstizione sono racchiuse, insieme con lui, nello scrigno dei ricordi e delle memorie della subcultura salentina “.

L’auspicio è che la comunità galatinese possa nuovamente trovare interesse verso queste antiche tradizioni, non necessariamente per farle rivivere ma anche solo per averne memoria. E sarebbe bello se si potesse riportare tra noi l’ultima di quelle testimonianze, la statua di “Patipaticchia”.

di Massimo Negro
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– La Chiesa dell’Addolorata in Galatina – Mons. Antonio Antonaci – Editrice Salentina 1967
– Rivista BBP settembre – ottobre 1978

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