Galatina. San Paolo, le “tarantate” e le due sorelle.

Avete mai raccolto il tabacco? A me è capitato qualche anno fa. I miei suoceri avevano in gestione un grande appezzamento di terra dove, di anno in anno in zone diverse per lasciar riposare il terreno, piantavano filari e filari di tabacco. Piante robuste, alte, dalle larghe foglie, che richiedevano una gran quantità d’acqua. E ogni sera, quando il sole era prossimo al tramonto, mio suocero metteva in funzione la pompa del pozzo e provvedeva ad inzuppare per bene il terreno.

Solitamente si andava la mattina presto, o il pomeriggio sul tardi. A me piaceva andare nel primo pomeriggio, nell’orario più sconsigliato perché più caldo. Pantaloni lunghi ma soprattutto camicia dalle maniche lunghe e guanti. Sì, perché le foglie di tabacco macchiano, ti fanno diventare le mani e le unghie nere. Le maniche lunghe erano necessarie perché le foglie che venivano staccate si ponevano nell’incavo del braccio e premute contro il petto. Il polso con movimento ritmato correva veloce lungo il fusto della pianta staccando le foglie. Questo finché non si faceva un bel mucchietto che si riponeva sulla manta stessa per terra, per poi tornare nuovamente alla raccolta.

L’ombra delle larghe foglie e dei filari ravvicinati, il terreno umido, un ambiente ideale per insetti che nel caldo pomeriggio estivo cercano un po’ di refrigerio. A volte anche qualche coda flessuosa strisciante lontano. Ma anche ragni, tanti ragni.

Per cui stando lì nel mezzo, non potevano non tornarmi in mente le tante canzoni popolari e le tante storie che si raccontavano sul “pizzico” malefico degli insetti. Non era suggestione né timore, ma più che altro curiosità di immaginare come poteva essere una volta, non tanto tempo fa, la vita in mezzo alle campagne. Le “pizzicate”, le “tarantate”, in un mondo certo più genuino del nostro, ma molto più duro da vivere anche se ci si accontentava, o per meglio dire, ci si faceva bastare quel poco che si aveva.

Il mese di Giugno apre l’estate e il caldo torrido porta dritti alla festa dei SS. Pietro e Paolo. Le tradizioni locali popolari hanno con il tempo fatto scemare l’importanza e i ricordi intorno alla tradizione pietrina che, ancora prima di quella paolina, ha per lunghi secoli caratterizzato il nostro territorio.

Il reciproco innesto di diversi filoni culturali, popolari e religiosi, a partire dal XVIII secolo, ha portato al nascere nelle tradizioni della nostra terra e nel credo popolare l’importante figura di San Paolo, pur con l’importante ma ormai appannata presenza del ricordo di San Pietro.

Prima di affrontare il tema paolino legato a Galatina, riprendo una nota che scrissi qualche anno fa in un mio precedente blog, definita “irriverente”, ma che per sommi capi racconta in modo diverso il rapporto tra San Paolo e le “tarantate”.

“Ho dei buoni motivi per ritenere che San Paolo in fin dei conti non abbia mai avuto vita facile a Galatina. Anzi, forse avrebbe fatto anche a meno di essere presente in quella città.

Non che a Roma le cose fossero state tutte rose e fiori. Lasciamo perdere il martirio che nella vita di un Santo, specialmente nei primi anni del cristianesimo, era una scelta quasi obbligata. A preoccuparlo erano stati soprattutto i rapporti iniziali con il Santo Pescatore.

Paolo, pur con qualche difficoltà, aveva infine accettato questa coabitazione come santo patrono della città eterna. Avrebbe preferito, in virtù della sua cittadinanza romana, che si dicesse “Santi Paolo e Pietro”, ma alla fine se l’era fatta passare.
Così come, pur se con qualche borbottio, aveva accettato che la sua Basilica venisse posta fuori le mura anziché in centro.

Più di qualche borbottio, riferiscono santi a lui vicini, c’era stato quando il vescovo di Roma (per intenderci il Papa) aveva scelto come sede San Giovanni, ma qualcuno gli aveva fatto prontamente notare che trattavasi pur sempre del cugino del Maestro e del discepolo “che Egli amava”.

Dopo i primi momenti e le difficoltà iniziali, si può dire che a Roma era riuscito a trovare un suo spazio, una sua dimensione. Sempre pronto a sfoderare la spada, ma il suo carattere si era con il tempo ammorbidito.

Ma questo non accadeva quando pensava a Galatina. Lasciamo stare il fatto che il ritrovarsi anche nel Salento in compagnia di Pietro non l’aveva entusiasmato, e forse lo stesso Pietro, che per primo ci aveva messo piede, non era contentissimo. Ma dopo tanti anni di coabitazione romana, alla fine i due conoscevano pregi e difetti l’uno dell’altro e sapevano come “prendersi” e, all’occasione, come “evitarsi”.

Chi non riusciva assolutamente a sopportare erano due donne. Due comuni mortali, che non c’era verso di scalzare dal cuore della gente. Francesca e Polisena Farina.
Eppure, ripeteva ai suoi amici, lui poteva vantare miracoli provati e documentati, anzi nello specifico, un miracolo era stato anche riportato negli “ Atti degli Apostoli”. Lui a Malta era riuscito, pur se morso da una vipera, a non riportare alcuna conseguenza e, da allora, era invocato dalle genti di tutto il mondo a protezione dai morsi degli insetti, dei ragni e delle serpi. In tutto il mondo tranne che a Galatina.

A Galatina accorrevano persone da ogni dove, morse da tarantole, scorpioni o serpi, non per chiedere a Lui la guarigione, bensì per rivolgersi a quelle due sorelle che, con pratiche ancestrali e arti magiche, tra sputi e rituali vari, riuscivano a far espellere il veleno dal corpo del malcapitato o malcapitata.

Alla fine dovette aspettare che morisse anche l’ultima delle due sorelle, prive entrambe di discendenza femminile. Ma proprio quando stava per gioire, sia beninteso non della loro morte ma per il semplice fatto che l’ordine naturale e sovrannaturale delle cose pareva essersi ristabilito, qualcuno gli fece notare qualcosa che, se possibile, l’aveva incupito ancor più di prima.

L’ultima delle due sorelle prima di passare a miglior vita si era preso il fastidio di sputare la propria saliva guaritrice nell’antico pozzo. Per cui accadeva che la gente tarantolata, che ora accorreva in massa a chiedere la protezione a “Santu Paulu miu de le tarante”, dopo aver ballato, essersi contorta per terra o arrampicata sull’altare, alla fine del rito di espiazione si avvicinava al pozzo e beveva proprio quell’acqua “benedetta” dalla saliva della guaritrice.
Si mosse tutta la chiesa compatta ma non ottenne nulla. La gente continuava a bere l’acqua di quel pozzo.
Una vita da separati in casa. Lui da una parte, il ricordo delle due sorelle dall’altra.

Il quadro che un pittore parente delle due donne dipinse e che pose all’interno della cappella sembra quasi rappresentare questa situazione. Si nota un San Paolo in posa altera e maestosa e ai suoi piedi un poveretto malaticcio sorretto dalle due sorelle che cercano di far bere a questi l’acqua del pozzo. Se notate, San Paolo non degna di uno sguardo i tre, quasi a dire “ti sei rivolto a loro? ora sono fatti tuoi”. E delle due sorelle, una non lo guarda nemmeno, porgendo l’acqua del pozzo al malato, mentre l’altra sembra dire, guardando San Paolo, “che vogliamo fare?”.

Quando sul letto di morte, qualcuno chiese al pittore il perché di quella rappresentazione, questi, proprio mentre stava per esalare l’ultimo respiro, disse “non si sopportavano … non si sopportavano”.

Dopo questa “autocitazione”, torniamo a San Paolo e al tarantismo. Un fenomeno misterioso che dispiega i suoi effetti ancora adesso, anche se solo dal punto di vista etnografico, storico e musicale. Le “tarantate” si può dire che siano ormai sostanzialmente venute meno. Forse rimarrà ancora qualche vecchietta in qualche angolo disperso del Salento ma, ormai non sono più gli anni in cui le “tarantate” accorrevano da ogni dove la mattina presto della festa del santo, a piedi o con calessi, per chiedere la sua intercessione. Una decina di anni fa circa mi svegliai molto presto per vedere che succedeva in quel giorno nella piccola cappella. Vidi solo due anziane signore vestite di nero accompagnate dai figli che, una volta entrate, si chiusero la porta alle spalle.

Ben altro rispetto a quanto ci resta come ricordo dalle tante foto che hanno immortalato centinaia e centinaia di curiosi e fedeli accalcati accanto l’ingresso della piccola chiesa. Le contorsioni, i salti, le corse in tondo, le arrampicate sull’altare.

Sia ben inteso, essere una “tarantata” (la parola è usualmente al femminile perché, salvo rare eccezioni, ad essere colpite erano le donne) non era una grazia del cielo. Non pensate ai balli e alle sagre odierne che portano tanta allegria nelle nostre piazze.

Essere una “tarantata” era una sorta di calamità. Perché il rito della danza comportava l’ingaggio di suonatori che erano costretti a suonare fintantochè non si indovinava il ritmo giusto che avrebbe fatto calmare la donna-tarantola. A volte durava giorni, e bisognava pagare i suonatori per le giornate e dal loro da mangiare. Poi c’era ovviamente la macchia sociale sulla persona, che veniva additata come una “tarantata”. In un costesto di povertà generalizzato, anche quei pochi soldi per i suonatori diventavano una ulteriore privazione importante, senza tener conto delle giornate lavorative che si era costretti a perdere. E attenzione ai colori durante il rito. Solitamente bisognava andare vestiti di bianco o comunque non eccessivamente colorati per non rischiare di essere aggrediti dalla donna-tarantola. Bisognava indovinare il colore dell’insetto che aveva provocato il morso.

Il fascino del tarantolismo sta tutto nella sua non spiegazione. Mentre altri “mali” sono stati ricondotti a delle patologie ben specifiche, come il “Male di San Donato” con l’epilessia (1), il tarantolismo resta non spiegato. Il De Martino ci testimonia nella sua indagine come molto spesso queste donne si fossero solamente limitate ad un incontro “ravvicinato” con il ragno, il serpente o lo scorpione. Non erano state punte o morse. Ma il solo incontro era stato motivo sufficiente per far scatenare quella debolezza e quella fiacchezza che erano i primi sintomi di questo fenomeno. Un male dell’anima più che un male fisico. Ma a volte anche quello, a causa di violenze subite che portavano all’emarginazione. Un male dell’anima che diventava quindi anche una sorta di ancoraggio sociale per non essere del tutto messi da parte. Meglio ricordare il morso di un ragno che le ombre lunghe e minacciose di chi porta violenza o quelle generate dalle proprie paure di non essere accettati.
Un fenomeno di espiazione per motivi a volte celati e mai conosciuti, riposti nell’animo del soggetto colpito.

In altri luoghi, come nel brindisino, il santo protettore dai morsi del ragno era stato identificato in San Francesco, per via di un miracolo compiuto in una piccola chiesa che sarebbe poi diventata l’attuale bellissima Santa Maria del Casale (2). In quel caso ad essere colpiti erano i confratelli del santo.

A Galatina e nel leccese ad un certo punto sorge la figura di San Paolo. Il tarantolismo è fenomeno che si perde nella storia; non vi sono tracce delle sue origini. Così anche a Galatina il fenomeno non nasce con il culto di San Paolo che prende forza solo a partire dal XVIII secolo. Ma ci sono leggende e tradizioni che si tramandano, che intrecciano presunti episodi della vita di Paolo con questa sorta di rito pagano. E con le due sorelle Farina, Francesca e Polisena.

Il primo documento a cui faccio riferimento è del galatinese Alessandro Tommaso Arcudi, domenicano e letterato, che nel 1699 dà alle stampe la “Anatomia degli Ipocriti”. In quest’opera l’Arcudi scrive che “non si trova altro mediacamento che ‘l suono dè musicali stromenti, sfogando gli morsicati col ballo quel pestifero umore”. E ricorda che nei pressi della sua abitazione (ndr. distrutta e sostituita da un brutto palazzo) c’era una famiglia che era dotata di un privilegio “simile a quello di Marsi e Psilli antichi” e che, quindi, guarivano attraverso l’uso della saliva da “questo stravagante tossico”.


Ma la tradizione viene raccontata con più dovizia di particolari da Nicola Caputi nel 1741 nel suo “De Tarantulae anatome et morsu opusculum”.

“Qui nella Japigia sorge l’abitato, quasi città, di San Pietro in Galatina … è fama presso i suoi cittadini, sostenuti soltanto dalle loro convinzioni, e da una lunga tradizione, che l’apostolo San Paolo dopo la predicazione di San Pietro, mentre navigava verso i nostri mari, verso il promontorio di S. Maria di Leuca, qui (a Galatina) giunse in incognito, per timore dei persecutori, onde visitare i neofiti, fermandosi per una sola notte in una casa, ancora esistente, proprietà di un uomo pio, che per questa ragione è detta Casa di San Paolo.  …. San Paolo abbia chiesto a Dio … che a quell’uomo pio, per ricompensa alla sua pietà, fosse concesso a suo favore o a quello dei suoi discendenti di sanare tutti quelli che fossero stati morsi da animali velenosi come scorpione, vipera, falangi e simili, facendo il segno della croce sulla ferita e facendoli bere al tempo stesso l’acqua di un pozzo lì esistente. Estinta ora la discendenza di quell’uomo pio, gli ammalati appena morsi dalla tarantola, da uno scorpione o dalla vipera, finché il veleno è attivo, si conducono a quel pozzo ancora esistente per implorare la guarigione da S. Paolo, e si racconta che, appena bevuto quell’acqua guarissero subito e tornassero a casa con animo lieto ringraziando il loro benefattore. Questo è tramandato dai cittadini galatinesi che narrano la veridicità di queste storie”.

In effetti a Galatina, prima ancora che ne scrivesse il Caputi, circolava già da qualche decennio questa tradizione che era stata messa per iscritto da un anomino in un testo antecedente a quello del 1741. In questo testo compare lo “sputo guaritore” – “… alli padroni della predetta casa dove abitare (ndr. secondo l’anonimo in quella casa soggiornò anche Pietro prima di Paolo) gli donarono la virtù e gratie di guarir col sputo chiunque da serpenti o ragni venisse morso”.
Ed è l’anonimo a scrivere che gli ultimi eredi, delle donne, non avendo discendenza, e perché non si perdesse la grazia di guarire, sputarono “dentro un pozzo d’acqua sorgiva che vi è dentro detto palazzo”.

Per cui, ancor prima dell’attuale cappella, vi era il pozzo meta di pellegrinaggio. L’acqua come elemento di guarigione. La cappella venne costruita solo a partire dal 1791 e completata nel 1795.

Ben molto tempo prima le due sorelle Francesca e Polisena Farina, nel 1699, donarono il terreno su cui vi era il complesso di case dette “di San Paolo” al Capitolo di Galatina. Il terreno venne acquistato nel 1752 da Don Nicola Vignola che, dopo un po’ di traversie, costruisce l’attuale palazzo con l’impegno di erigere anche una cappella a San Paolo. Il pozzo venne così inglobato nel nuovo complesso architettonico e rimase comunque metà di pellegrinaggio.

Il quadro del ruffanese Lillo del 1795 (marito di Francesca era un Donato Lillo) costituisce una meravigliosa sintesi tra la spinta emergente e sempre più forte da parte della chiesa di eliminare riti di tipo pagano grazie alla figura di San Paolo, e l’antica ed ancestrale linea di guarigione per mezzo di “guaritori” rappresentata dalle due figure femminili che molto probabilmente rappresentano le due sorelle.

Morte Francesca e Polisena, rimase come loro ricordo il pozzo ma la figura di Paolo divenne sempre più prominente e quasi esclusiva  … se non fosse per quel sorso d’acqua che i tarantolati continuarono comunque a bere.

di Massimo Negro

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(1) Montesano e il Male di San Donato.
https://massimonegro.wordpress.com/2011/12/06/montesano-salentino-la-processione-di-san-donato-e-lepilessia/

(2) Brindisi. Santa Maria del Casale.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/02/24/brindisi-santa-maria-del-casale-tra-sante-vergini-templari-e-san-francesco/

(3) Da San Pietro a San Paolo. La cappella delle “tarantate” a Galatina – di Mario Cazzato – Congedo Editore.

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Galatina. Il rito liberatore delle “tarantolate”.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/06/30/galatina-il-rito-liberatore-delle-tarantolate/

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