Tornando sui propri passi (III parte). Li purtoni e le case vecchie.

In principio era … lu purtone, anzi li purtoni.

Sino all’età di dodici anni ho vissuto ad un paio di centinaia di metri te la chiazza, forse anche meno. Passando le giornate tra lu purtone della corte al cui interno era situata la casa in cui viveva allora la mia famiglia, e n’addhru purtone  distante un paio di decine di metri dove viveva la mia famiglia.

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Sicuramente starai pensando – “Questo si è confuso!  In quanti purtoni viveva all’epoca di cui sta scrivendo la sua famiglia? Forse voleva scrivere che i suoi familiari vivevano in case separate, distanti ma vicine”.

Il dubbio è ragionevole, e in effetti sono stato a pensare se fosse il caso di scrivere un’espressione più articolata del tipo “una parte della mia famiglia”. Ma il temine “parte” non mi piace, e così ho preferito ometterlo, non per un fatto meramente stilistico, comunque poco comprensibile, ma per un significato più profondo.

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Nel primo purtone, nella prima casa a cui accennavo, c’eravamo io con i miei genitori e mio fratello. Nel secondo, la mia bisnonna, Nonna ‘Ttina, mia nonna Ida, mio nonno Antonio e mia zia Lucia. Dove sta la particolarità? Risiede nel profondo legame affettivo che avevamo con loro. Non c’è da utilizzare il termine “parte” perché eravamo una sola grande famiglia e la vita si svolgeva senza soluzioni di continuità tra le due case, tra i due purtoni , come se fossimo in un unico grande spazio.

Nei purtoni ci si ritrovava con gli amici e si giocava. E con il tempo divennero anche le nostre basi per partire per qualche avventura.
Ultimi anni delle scuole elementari, e se non si è “avventurosi” in quelli anni significa che si è trascorso un’adolescenza “infelice”.  Ma a noi le occasioni o meglio le opportunità non mancavano. Anzi a volte esageravamo pure, fin troppo.

Una volta ho rischiato di lasciarci seriamente la pelle. Tra i due purtoni a tagliare perpendicolarmente Via Trieste c’è Via S’Antonio. Una strada stretta e con un discreta pendenza. Cosa combinavamo, o meglio cosa combinavo? Con la mia mitica Aquila, una bicicletta rosso metallizzato acquistata da Siciliano, mi lanciavo a tutta velocità giù per la discesa, attraversavo l’incrocio di Via Trieste senza neanche accennare e frenare, ed inchiodavo quando stavo per andare a sbattere contro il muro della casa di Via Aldo Moro, dove terminava Via S’Antonio.

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Perché non frenavo? Perché, con il senno di allora, ero sicuro di sentire le macchine in arrivo. Con il senno di oggi posso tranquillamente dire perché ero completamente incosciente. Fatto sta che alla fine questo mio super udito mi tradì e andai a sbattere contro una macchina che in quel momento transitava per Via Trieste. A tutta velocità. La bicicletta fece addirittura un buco nella macchina. Rischiai di spezzarmi l’osso del collo e fortunatamente rimediai solo una frattura alla clavicola sinistra (la prima di una serie di varie fratture, ma qui il discorso diventerebbe lungo) e tanto spavento, soprattutto per i miei.

Tra l’altro all’epoca le ingessature per fratture alla clavicola venivano fatte in modo ben diverse da come sono affrontate ora in ospedale. Tanto per capirci, hai presente una qualche foto anni 60 di qualunque membro del Politburo durante qualche sfilata dell’esercito della tramontata URSS?  Ecco mi conciarono così! Con il braccio sinistro alzato e il gesso che mi andava a coprire quasi per intero il busto. Per quaranta giorni e con il vago ricordo che fosse anche estate … per cui borotalco a go-go per il caldo e il prurito.

Comunque la buon vecchia Via S’Antonio era il primo tratto da percorrere per giungere ad altre e più interessanti avventure. Ci conduceva verso la ferrovia e da lì seguendo i binari (i treni li sentivamo sicuramente arrivare) ci spostavamo in altri luoghi dove sfuggire agli occhi dei grandi.

Visto che sono in tema di confessioni, devo confessare che all’epoca per noi i treni avevano una qualche utilità. Non che prendessimo le vecchie ed in parte ancora attuali litturine. Eravamo dei bambini e non organizzavamo certo fughe e viaggi “non autorizzati”. Però avevano comunque una sorta di diversa utilità.

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Eravamo molto attenti a recuperare chiodi, specialmente qualche chiou te centu, quelli più grossi per intenderci. Quando vedevamo le sbarre del passaggio a livello abbassarsi, posizionavamo i chiodi sui binari, così quando il treno passava li schiacciava creando delle piccole lame. A volte mettevamo qualche 50 o 100 lire, ma raramente perché all’epoca si riusciva ancora a comprare qualche caramella con qualche spicciolo.

Poi? Non ho finito. Da lì proseguivamo per una zona che tuttora è di grande fascino. Andando per i binari o proseguendo per una piccola stradina che costeggia i binari giungevamo alle cosi dette “case vecchie” (chiamate anche Grotte Passaturi, ma onestamente non ho mai sentito nessuno chiamarle in questo modo, se non sui libri di storia locale).

Andando per i binari si giungeva direttamente agli antichi ripari scavati in parte nella roccia. Lasciavamo i binari e, per un vecchio ma suggestivo passaggio percorrendo una scalinata, giungevano sul costone della collina. Sopra le nostre teste l’edificio delle scuole elementari.

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Siamo alle spalle del Palazzo Ducale, e questi terreni facevano parte dei possedimenti della famiglia nobiliare Venturi. Come scrisse il De Giorgi che lì visitò verso la fine dell’800, “erano delle vere tane da lupi!”.

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Come puoi immaginare … massimo e sfrenato divertimento, saltando da una parte all’altra, rotolandoci nell’erba, ecc ecc. Quando giungeva il periodo natalizio compravamo dei piccoli razzi da un tabacchino che all’epoca era posto quasi all’imbocco di Via Plebiscito e ci dividevamo in fazioni e ce li lanciavamo li uni contro li altri. Altra cosa molto “intelligente”, ma fortunatamente non è mai scappato il ferito, solo qualche bruciatura di giubbotto.

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In quel posto potevamo arrivarci per una seconda via, seguendo quella che definivamo come “scorciatoia” e che ci permetteva di giungere agevolmente alle scuole elementari evitando la faticosa ‘nchianata te la Longa. In quella zona si trovavano le case più recenti, ma anch’esse scavate in parte nella roccia. Qualche tempo fa un tugliese mi raccontò della famiglia che per ultima ci visse, prima che venissero abbandonate.

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In quello spiazzo sorgevano anche diverse cavità che all’epoca erano in gran parte colme di terra di riporto. Ora non ci sono più perché hanno costruito un comodo passaggio pedonale che costeggia l’area.

Da lì potevamo spostarci agevolmente verso le grotte e “scomparire” alla vista.

L’area delle grotte ora è parte integrante del bellissimo Museo della Civiltà Contadina di Tuglie, curato dalla famiglia di Pippi, l’attuale proprietario, e da Corrado. Consiglio la visita, ma di questo scriverò nella prossima nota su Tuglie.

Qualche volta capita che ci torni, l’ultima volta accompagnato proprio da Corrado che ci ha fatto visitare, ero con famiglia, tutta l’area spiegandoci con maestria le diverse tipologie di alberi presenti, per poi accompagnarci in una suggestiva visita all’interno del museo che abbiamo molto apprezzato.

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Resta un rammarico, o meglio un “mi piacerebbe”.

Cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe che venisse recuperata anche quella piccola porzione di case vecchie (non so di chi sia la proprietà)  che ora è completamente ricoperta da erbacce e arbusti, facendola diventare la porta d’accesso ad un’unica area verde integrata con quella gestita dal Museo. Una sorta di piccolo parco urbano. Tuglie ha la fortuna di avere Montegrappa ma, come dire, giù nel paese e tra le strade il verde “non abbonda”.

Chissà!

di Massimo Negro

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Appartengono alla serie “Tornando sui propri passi” le seguenti note:

Tornando sui propri passi (I parte). La Grotta delle Veneri, tra Tuglie e Parabita.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/01/31/tornando-sui-propri-passi-i-parte-la-grotta-delle-veneri-tra-tuglie-e-parabita/

Tornando sui propri passi (II parte). Da Tuglie tra grotte e antichi ripari verso il Villaggio Neolitico di Parabita.
https://massimonegro.wordpress.com/2012/02/10/tornando-sui-propri-passi-ii-parte-da-tuglie-tra-grotte-e-antichi-ripari-verso-il-villaggio-neolitico-di-parabita/

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